
Io lo sapevo che dovevo farmi i fatti miei. Lo sapevo proprio. Perché ogni volta che Luisa mi racconta qualcosa, io poi ci penso troppo. Cioè, non è che ci penso troppo: è che ci penso bene. Che è diverso. E poi mi vengono le idee. E poi le idee diventano film. E poi i film diventano saghe. E poi io ci credo.
Comunque, sono a casa sua. Casa di Luisa è sempre uguale: ordinata, elegante, profumata di tè e di libri. Io entro e già mi sento più intelligente. Non lo divento, eh. Ma mi sento così.
Lei mi offre un tè. Io lo prendo. Lo bevo. Mi brucio la lingua. Faccio finta di niente.
«Antonella, ieri è successa una cosa buffa» dice lei. Buffa. Quando Luisa dice “buffa”, significa che per chiunque altro sarebbe stata una tragedia.
«Dimmi tutto!» Errore mio. Perché quando dico “dimmi tutto”, lei lo fa. E poi io mi rovino.
«Un collega nuovo… ha pensato che Arianna fosse mia figlia.»
Io spalanco gli occhi. «TUA FIGLIA?!» «Sì.» «MA COME SI PERMETTE?!»
«Antonella…» «MA È CIECO?!» «Antonella…»
«MA TU HAI 39 ANNI!» «Sì.» «E LEI NE HA 15!»
«Sì.» «E LUI COSA HA VISTO?!» «Non lo so.»
«MA È SCEMO?!» «Antonella…»
Io mi fermo. Bevo un altro sorso di tè. Mi brucio di nuovo. Faccio finta di niente.
«E tu cosa gli hai detto?» «Che non era mia figlia.» «E lui?»
«Si è scusato.» «MALE!» «Antonella…» «DOVEVA SCUSARSI MEGLIO!»
«Come?» «Non lo so! Con un gesto! Con un atto simbolico! Con un… un… un biglietto!»
«Un biglietto?» «Sì! Tipo: “Scusa, non volevo offenderti, sei troppo giovane per avere una figlia così grande”.»
Lei ride. Poco, ma ride. Io mi sento utile.
Poi però mi parte il cervello. E quando mi parte il cervello, Luisa lo capisce. Perché mi guarda come si guarda un gatto che sta per buttare giù un vaso.
«Antonella… cosa stai pensando?» «Niente.»
«Antonella.» «Niente niente.» «Antonella.» «Ok.»
Respiro. E poi lo dico.
«Lui aveva paura di te.» «Paura?» «Sì.» «Perché?»
«Perché tu sei una prof.» «E allora?» «Le prof fanno paura.»
«Io non faccio paura.» «Luisa… tu fai paura.» «Antonella…» «Ma nel senso buono!»
«Quale senso buono?» «Nel senso che sembri una che sa tutto.» «Non so tutto.»
«Sembri.» «Non voglio sembrare.» «Ma sembri.»
Lei sospira. Io bevo. Mi brucio. Faccio finta di niente.
«Antonella, io non boccio tutti.» «Io non ho detto questo.» «Lo stavi pensando.» «Sì.»
Lei si passa una mano tra i capelli. È elegante anche quando è stanca. Io quando sono stanca sembro un cuscino usato.
«Antonella, io non sono severa.» «Sì che lo sei.» «No.» «Sì.» «No.»
«Sì.» «Antonella…» «Luisa, tu hai quella calma che fa paura.» «La calma non fa paura.» «La tua sì.»
Lei ride di nuovo. Io continuo.
«Tu entri in una stanza e tutti si raddrizzano.» «Non è vero.» «Luisa, ieri in gelateria il collega ha smesso di respirare.» «Non ha smesso di respirare.»
«Quasi.» «Antonella…» «E poi ti ha chiesto aiuto col registro.» «Sì.»
«Perché aveva paura di sbagliare davanti a te.» «Non credo.» «Io sì.»
Lei mi guarda. Io la guardo. Lei capisce che sto per dire un’altra cosa. E ha ragione.
«Luisa… tu bocci tutti.» «Antonella!» «Non nel senso che li bocci davvero!» «Ah.»
«Nel senso che… li bocci dentro.» «Dentro?» «Sì! Dentro la tua testa! Tu guardi uno e pensi: “Questo è insufficiente”.»
Lei ride. Io no. Io sono seria.
«Antonella, io non penso questo.» «Sì che lo pensi.» «No.» «Sì.»
«Antonella…» «Luisa, tu hai lo sguardo da prof che sa già tutto.» «Non so tutto.» «Ma sembri una che sa se uno ha studiato o no.» «Questo sì.» «Ecco!»
Lei si arrende. Io vinco. È raro.
Poi però mi parte un altro film. E quando mi parte un altro film, Luisa lo capisce. Perché mi guarda come si guarda un gatto che sta per buttare giù un secondo vaso.
«Antonella… cosa stai pensando adesso?» «Che lui ci prova.» «Chi?» «Il collega.»
«Marco?» «Sì.» «No.» «Sì.» «Antonella…»
«Luisa, ti guardava come si guarda una cosa bella.» «Antonella…» «E poi si è agitato.»
«Era imbarazzato.» «Perché gli piaci.» «No.» «Sì.» «Antonella…»
«E poi ha sbagliato la password tre volte.» «Era nervoso.» «Perché gli piaci.»
«Antonella…» «E poi ha detto che sei paziente.» «Lo sono.» «E poi ha detto che sei brava.» «Lo sono.» «E poi ha detto che sei…» «Antonella.» «…molto.» «Antonella!» «Ok.»
Silenzio. Lei beve il tè. Io la guardo. Lei guarda il tè. Io penso: Luisa è innamorabile. È ovvio che lui ci prova.
«Antonella…» dice lei. «Sì.» «Non fare film.» «Non li faccio.» «Li fai.» «Li faccio.»
Lei sorride. Io pure. E penso: Luisa non boccia tutti. Boccia solo quelli che se lo meritano. E il collega… forse passa.