
Cinzia cammina accanto a me con quel passo da persona che ha qualcosa da dire ma non sa come dirlo. Io lo riconosco subito: è il passo di chi ha un problema sentimentale. E io, purtroppo, ho la faccia di uno che sembra sapere come si risolvono.
«Zio Alfonso… posso chiederti una cosa?» «Puoi chiedere tutto. Non è detto che risponda.»
Lei sospira. Io continuo a camminare. La filosofia si fa meglio in movimento: il cervello gira, le gambe pure.
«È di Cristiano.» «Lo immaginavo.» «Io… io gli voglio bene.» «Sì.» «Tanto bene.» «Sì.» «Ma…» «Ecco, il “ma”. Il punto in cui la gente inciampa.»
Lei mi guarda come se avessi appena aperto un manuale segreto.
«Non posso dargli quello che vuole.» «E cosa vuole?» «Me.» «Ah.»
Camminiamo un po’. Lei aspetta che io dica qualcosa. Io aspetto che lei capisca da sola. Ma non succede.
«Zio Alfonso… lui è importante per me. Non rinuncerei mai alla sua amicizia.» «E lui non rinuncerebbe mai a te.» «Appunto.» «E questo è un problema.» «Perché?» «Perché quando uno vuole tutto e l’altra vuole “solo” l’amicizia, non c’è equilibrio. C’è una bilancia rotta.»
Lei si ferma. Io no. La filosofia non si ferma per le crisi.
«Ma io non voglio perderlo.» «E lui non vuole perderti.» «Quindi?» «Quindi qualcuno soffrirà.»
Lei mi guarda come se avessi detto una cattiveria. Ma io non dico cattiverie: dico verità che fanno male.
«Zio Alfonso… cosa devo fare?» «Niente.» «Come niente?» «La gente crede che ogni problema sentimentale richieda un’azione. A volte richiede solo una decisione.»
«Quale?» «Decidere se vuoi essere onesta o comoda.»
Lei si blocca. Finalmente.
«Onesta o comoda?» «Sì.» «Spiegati.» «Essere onesta significa dirgli chiaramente che non succederà mai niente. Essere comoda significa continuare così, sperando che lui prima o poi smetta di amarti.»
«E tu cosa faresti?» «Io? Io non sono nella vostra storia. Io sono solo un vecchio che cammina.»
Lei ride. Io no. Io non rido mai quando parlo di sentimenti: sono una tragedia con pause comiche.
«Cristiano è buono» dice lei. «Troppo.» «E io non voglio ferirlo.» «Allora lo ferirai lentamente.» «Che vuol dire?» «Vuol dire che se non gli dici la verità, lui continuerà a sperare. E la speranza è una forma elegante di tortura.»
Lei si morde il labbro. Segno che ha capito. O che sta per piangere. Spero la prima.
«Zio Alfonso… io non voglio essere cattiva.» «Dire la verità non è cattiveria. È chirurgia.» «Fa male.» «Sì.» «A lui.» «Sì.» «E a me?» «A te fa male solo la colpa. E la colpa passa. L’illusione no.»
Camminiamo ancora. Lei è silenziosa. Io no: il silenzio è per chi non ha niente da dire.
«Cinzia.» «Sì.» «Cristiano ti vuole bene. Ma non ti vuole come amica. E tu non puoi essere ciò che non sei.» «Quindi?» «Quindi devi scegliere se salvare lui o salvare la vostra amicizia.» «Non posso salvare entrambe?» «No.»
Lei sospira. Io guardo avanti. La filosofia è semplice: sono le persone a complicarla.
«Grazie, zio Alfonso.» «Non ringraziarmi. Non ho risolto niente.» «Mi hai chiarito le idee.» «Le idee si chiariscono da sole. Io ho solo tolto il rumore.»
E continuiamo a camminare. Lei con un peso in meno. Io con un peso in più: la consapevolezza che la verità, quando la dici, ti si attacca addosso.