
Sam Altman: «Siamo già nella singolarità». Cosa significa davvero
«Siamo nella singolarità. Questo è il momento.»
Con questa frase Sam Altman ha descritto il presente come qualcosa che, appena dieci anni fa, sembrava ancora un’ipotesi lontana. Ma attenzione: non ha annunciato che OpenAI abbia creato una superintelligenza, né che le macchine abbiano già superato l’essere umano.
La singolarità, nella definizione classica, è il punto in cui l’intelligenza artificiale diventa superiore alla nostra e il progresso accelera fino a risultare imprevedibile. Altman usa il termine in un senso più graduale: non un’esplosione improvvisa, ma una curva dentro cui saremmo già entrati.
L’AI oggi scrive codice, accelera la ricerca scientifica e aiuta gli stessi ingegneri che stanno costruendo modelli ancora più avanzati. Il progresso comincia quindi ad alimentare altro progresso.
È ciò che Altman aveva già chiamato “singolarità gentile”: nessun momento cinematografico, nessuna macchina che si risveglia all’improvviso. Le capacità aumentano, entrano nella vita quotidiana e ciò che ieri sembrava impossibile diventa prima sorprendente, poi normale.
Questo però non significa che l’AGI sia già arrivata. Gli attuali sistemi continuano a commettere errori, falliscono molti compiti lunghi e complessi e tra i ricercatori non esiste consenso su quando, o persino su come, riconosceremo una vera intelligenza generale.
La parte più importante della dichiarazione di Altman è forse un’altra: il grande passaggio storico potrebbe non avere una data precisa. Potremmo attraversarlo senza accorgercene e riconoscerlo soltanto dopo, quando il mondo precedente ci sembrerà improvvisamente lontano.
Per questo la domanda non è soltanto se Altman abbia ragione.
La domanda è: se la singolarità fosse davvero un processo già iniziato, saremmo capaci di riconoscerla mentre accade?