
Ci sono pochi dubbi che l’IA, oltre ad aprire scenari promettenti in molti campi, possa generarne anche di pericolosi. In questo senso, però, troppo spesso ci si concentra sulla presunta presenza di segnali di coscienza soggettiva e di volontà nei sistemi artificiali. Quando questa discussione non nasce da pura disinformazione (e dall’acritica indigestione di troppi film di fantascienza), è spesso alimentata dalle potenti campagne di marketing delle grandi aziende del settore, che giocano spesso a chi la spara più grossa. Nondimeno, i rischi sono reali, come sostengo in un articolo pubblicato su La Stampa e che riporto qua sotto. Come ricordano organismi internazionali, encicliche papali, grandi esperti come Luciano Floridi, Enrico Panai e Oreste Pollicino, nonché premi Nobel come Giorgio Parisi, è ormai tempo di affrontare seriamente il problema dei limiti – etici oltre che giuridici – da porre ai sistemi artificiali.
(Una precisazione: quando parlo di creatività, non attribuisco ai sistemi artificiali intenzionalità o volontà creatrice, che di certo non possiedono, ma mi riferisco alla loro capacità di generare idee nuove, inattese e significative, combinando in modi originali elementi preesistenti oppure individuando connessioni capaci di ridefinire in modo rilevante il senso di un problema o di una situazione).