
«Lei ha letto l’Ulysses di James Joyce», lo interruppi furibondo, «lei sa chi è Joyce?»
«Ho letto tutto quello che riguarda l’Odissea», rispose Rheingold in tono profondamente offeso, «ma lei…».
«Ebbene», proseguii con rabbia, «Joyce anche lui interpretò l’Odissea alla maniera moderna… e nell’opera di modernizzazione, ossia di avvilimento, di riduzione, di profanazione andò molto piú lontano di lei, caro Rheingold… Fece di Ulisse un cornuto, un onanista, un fannullone, un velleitario, un incapace; e di Penelope un’emerita puttana… e Eolo diventò la redazione di un giornale, la discesa agli inferi il funerale di un compagno di ribotte, Circe la visita ad un bordello, e il ritorno ad Itaca il ritorno a casa, a notte alta, per le vie di Dublino, non senza una sosta per pisciare ad un cantone… ma almeno Joyce ebbe l’avvertenza di lasciare stare il Mediterraneo, il mare, il sole, il cielo, le terre inesplorate dell’antichità… Mise tutto quanto per le strade fangose di una città del nord, nelle taverne, nei bordelli, nelle camere da letto, nei cessi… Niente sole niente mare, niente cielo… tutto moderno, ossia tutto abbassato, avvilito, ridotto alla nostra miserabile statura…»
(Alberto Moravia, Il Disprezzo)