
Antonella arriva a casa mia come arrivano le tempeste estive: senza preavviso, senza logica, e con quella sua energia che sembra sempre sul punto di travolgere tutto. Io sto leggendo — o meglio, stavo leggendo — un saggio sulla fenomenologia dell’attenzione. Ironico, se ci penso ora. Perché da quando lei ha suonato il campanello, la mia attenzione è evaporata come un bicchiere d’acqua lasciato al sole.
«Zio Alfonso!» Non sono suo zio, ma lei insiste. Dice che “zio” è un titolo affettivo. Io sospetto che sia un modo per giustificare la sua invadenza.
«Entra, Antonella» dico, già rassegnato.
Lei entra come se la casa fosse sua. Guarda tutto, tocca tutto, commenta tutto. Io la osservo e penso: se la filosofia è l’arte di sopportare il mondo, lei è il mio esame finale.
«Allora, zio, ho bisogno di un consiglio.» Ecco. Lo sapevo. Quando Antonella dice “consiglio”, significa “risolvi la mia vita”. E io, pur avendo insegnato filosofia per trent’anni, non ho mai avuto il potere di risolvere nemmeno la mia.
«Di che si tratta?» «Ho un colloquio.» «Bene.» «In una società di revisione dei conti.» «Male.»
Lei si siede sul divano. Io resto in piedi. È una questione di sopravvivenza: se mi siedo, non mi rialzo più.
«Zio, io non so niente di revisione dei conti.» E questo è il primo punto su cui siamo perfettamente d’accordo, penso. «E allora perché vuoi andarci?» «Perché voglio cambiare vita.» «E per cambiare vita hai scelto… la revisione dei conti?» «Sì.» «Perché?» «Perché mi piace l’idea di revisionare.» Revisionare cosa, esattamente? La tua capacità di stare al mondo? «Antonella, non funziona così.» «Lo so. È per questo che sono qui.»
Mi massaggio le tempie. Lei mi guarda come se stessi per pronunciare una verità cosmica. Io penso che l’unica verità cosmica, in questo momento, è che avrei dovuto fingere di non essere in casa.
«Zio, tu sei un filosofo. Tu sai tutto.» «No.» «Sì.» «No.» «Sì.» «Antonella, la revisione dei conti non è filosofia.» «Ma tu puoi spiegarmela lo stesso.» Posso spiegarti molte cose, ma non posso trasformarti in una revisora contabile in un pomeriggio.
Lei tira fuori un quaderno. Un quaderno rosa. Con gli unicorni. E io penso: questo è il materiale con cui vuoi presentarti a una società di revisione dei conti?
«Allora, zio, da dove cominciamo?» «Dalla realtà.» «Ok.» «Tu sai cos’è un bilancio?» «Sì.» «Cos’è?» «È… un elenco di cose.» «Quali cose?» «Quelle che stanno nel bilancio.» Perfetto. Siamo a livello zero. O forse sottozero.
«Antonella, la revisione dei conti richiede precisione.» «Io sono precisa.» «Tu hai messo il latte nel tè freddo la settimana scorsa.» «Era un esperimento.» «Hai messo il sale nel caffè.» «Pensavo fosse zucchero.» «Hai sbagliato casa due volte.» «Le porte erano simili.» E io sono un santo.
Lei mi guarda con quegli occhi grandi, pieni di fiducia. Troppa fiducia. Una fiducia che pesa.
«Zio, tu credi in me, vero?» Io credo nella resilienza dell’universo, che continua a non crollare nonostante tutto. «Sì, Antonella. Ma devi essere realistica.» «Lo sono.» «No.» «Sì.» «No.» «Sì.» «Antonella, tu non puoi andare a un colloquio in una società di revisione dei conti senza sapere cosa fanno.» «E tu me lo spieghi.» Eccoci. Il cerchio si chiude. Io sono il suo Google personale, ma senza la possibilità di spegnermi.
Mi siedo. Errore. Lei si illumina. «Allora, zio, cominciamo!» «Va bene. La revisione dei conti serve a verificare che i bilanci siano corretti.» «E come si fa?» «Con metodo.» «Io ho metodo.» «Quale?» «Il mio.» Che è esattamente il problema.
«Antonella, devi essere precisa, rigorosa, attenta ai dettagli.» «Io sono attenta ai dettagli.» «Hai due scarpe diverse.» Lei guarda i piedi. «Ah. È vero.» E io dovrei prepararti a un colloquio?
«Zio, ma tu sei un filosofo. Tu capisci le cose profonde.» «Sì, ma qui servono le cose superficiali.» «E tu le sai.» «No.» «Sì.» «Antonella, io non sono un revisore contabile.» «Ma sei saggio.» «Non abbastanza.» «Sì che lo sei.» Se la saggezza fosse misurata in pazienza, forse sì.
Lei si avvicina. Troppo. «Zio, dimmi una frase importante da dire al colloquio.» «Una frase importante?» «Sì.» «Tipo cosa?» «Tipo… una frase che fa capire che sono intelligente.» Una frase che faccia capire che sei intelligente… e che non ti conoscono.
«Potresti dire che sei motivata.» «No, troppo banale.» «Che sei pronta a imparare.» «No, troppo umile.» «Che sei flessibile.» «No, troppo ginnico.» E io troppo vecchio per questo.
«Zio, tu devi dirmi una frase filosofica.» «Filosofica?» «Sì. Una frase che li colpisce.» «Antonella, non puoi andare a un colloquio di revisione dei conti citando Heidegger.» «Perché no?» «Perché non serve.» «Ma è bello.» «Sì, ma non serve.» «Ma è profondo.» «Sì, ma non serve.» «Ma…» «Antonella, la revisione dei conti non è profonda.» «Ah.»
Silenzio. Finalmente. Un minuto di pace. Poi:
«Zio, posso dirgli che la verità è un processo di verifica continua?» Mi fermo. La guardo. Lei sorride. E io penso: accidenti, questa è buona.
«Sì, Antonella. Puoi dirlo.» «Davvero?» «Sì.» «È filosofico?» «Sì.» «È intelligente?» «Sì.» «È vero?» «Sì.» «E funziona?» «Forse.» Ma almeno non farà danni.
Lei chiude il quaderno rosa. Si alza. Mi abbraccia. Troppo forte.
«Grazie zio! Sei il migliore!» No. Sono solo stanco.
La accompagno alla porta. Lei esce. Io chiudo. Mi appoggio al muro. Respiro.
E penso: se la filosofia serve a qualcosa, è a sopravvivere ad Antonella.