
Hanno girato un film, ne hanno anticipato quei contenuti che l’opinione pubblica contemporanea considera controversi allo scopo di far litigare la gente sulle bacheche prima ancora di proiettarlo, lo hanno pensato in modo che ne uscisse un prodotto abbastanza godibile e divertente, intellegibile a ogni livello ma aperto e indefinito in modo da dare a tutti la possibilità di coglierne varie chiavi di lettura, hanno creato le condizioni per cui milioni di recensori fossero entusiasti di cimentarsi in una gara di sensibilità, di acume, di intelligenza, lo hanno mandato nelle sale e si sono goduti il ricasco.
Il film racconta una determinata storia che è stata in qualche modo presa a pretesto secondo un modus operandi assolutamente legittimo e ampliamente sfruttato da tremila anni. Che l’asimmetria tra la versione originale e questa odierna avrebbe aumentato enormemente la pruriginosità del dibattito era un’altro effetto ben conosciuto dagli ingegneri del progetto, d’altronde lo stesso plot è un archetipo, anzi è forse l’archetipo più potente della storia occidentale: da almeno sessant’anni, miliardi di persone si nutrono di racconti che sono una rigida riproposizione di quel testo – controllate pure la trama di Quo vado e Cado dalle nubi – e ciò fa di ognuno di noi un potenziale regista della sua propria personale edizione, ergo un puntiglioso cacacazzi di quella altrui.
L’esito artistico di questo prodotto parrebbe confermare il decadimento delle potenzialità della cultura occidentale contemporanea di massa nel cogliere l’universale e nell’incidere in un immaginario collettivo ormai non più umano ma prodotto dalle macchine, ergo instabile, soggetto a esigenze sempre cangianti, sostanzialmente infecondo.
Me lo ha detto Roberto Donati e io ci credo, ergo tra un anno di questo film non se ne ricorderà più nessuno. Non sarei comunque andato a guardarlo perché non ho nessuna intenzione di essere intrattenuto, almeno non intenzionalmente.