
Perché l’Odissea del 1968 è più bella di quella di Nolan: aveva meno mezzi, ma comprendeva molto meglio Omero
L’Odissea del 1968 diretta da Franco Rossi è più bella del film di Christopher Nolan perché non si limita a mettere in scena le avventure di Ulisse: riesce a conservare il mistero, la poesia e l’umanità del poema di Omero. Nolan realizza un’opera tecnicamente imponente, piena di paesaggi, battaglie e interpreti famosi. Lo sceneggiato Rai, pur mostrando inevitabilmente i segni della propria epoca, racconta invece un mondo antico che sembra ancora abitato dagli dèi.
Il confronto non è del tutto equilibrato. Nolan deve condensare il viaggio in un film, mentre Franco Rossi dispone di otto puntate e quasi sette ore di racconto. La maggiore durata aiuta, ma non spiega da sola la differenza. Lo sceneggiato del 1968 compie una scelta precisa: si mette al servizio di Omero. Nolan usa Omero per costruire un film di Christopher Nolan.
La differenza si sente quasi subito.
Bekim Fehmiu sembra Ulisse, Matt Damon sembra Matt Damon vestito da Ulisse
Bekim Fehmiu interpreta un Ulisse stanco, sporco, diffidente e attraversato da una malinconia che non ha bisogno di essere spiegata. Il suo volto racconta dieci anni di guerra e altri dieci trascorsi lontano da casa. Possiede forza, ma soprattutto astuzia. Osserva prima di agire e riesce a risultare eroico senza diventare un monumento.
Matt Damon offre una prova solida, ma il suo Ulisse appare più vicino al soldato moderno traumatizzato dalla guerra. È concreto, severo e pragmatico. Nolan cerca di renderlo comprensibile allo spettatore contemporaneo, ma nel farlo riduce parte della sua ambiguità. Il protagonista omerico è bugiardo, seduttore, narratore di sé stesso e uomo capace di azioni moralmente discutibili. Damon conserva alcuni di questi elementi, senza restituire pienamente il piacere quasi pericoloso con cui Ulisse inventa, manipola e sopravvive.
Anche The New Yorker ha contestato questa modernizzazione, descrivendo l’Ulisse di Nolan come un tattico pratico più che come l’inventore instancabile e moralmente ambiguo del poema. Secondo la recensione, il tentativo di razionalizzare il mondo antico finisce per renderlo più prosaico.
Fehmiu non prova invece a rendere Ulisse simpatico o facilmente decifrabile. Gli lascia addosso una distanza. È un uomo che appartiene a un’epoca diversa dalla nostra, ed è proprio per questo che incuriosisce.
Franco Rossi non ha paura degli dèi e del mistero
Il limite maggiore del film di Nolan è il rapporto esitante con il soprannaturale. Gli dèi vengono evocati, temuti e nominati, ma raramente assumono quella presenza concreta che possiedono nel poema. Athena compare, mentre le dispute divine che decidono il destino degli uomini vengono drasticamente ridotte.
L’Odissea del 1968 non cerca di spiegare ogni apparizione. Accetta che il mondo di Ulisse sia governato da forze invisibili, capricciose e incomprensibili. Il Ciclope non è soltanto un avversario enorme. Circe non è una deviazione sensuale lungo il viaggio. Le Sirene non rappresentano semplicemente un altro ostacolo d’azione.
Ogni incontro modifica il protagonista e mette alla prova qualcosa di umano: l’orgoglio, il desiderio, la curiosità, la paura della morte, la nostalgia di casa. Il fantastico non viene trattato come un effetto da rendere credibile, ma come la forma attraverso cui Omero parla delle debolezze degli uomini.
Nolan è bravissimo a mostrare il peso fisico di una battaglia e la potenza di un gigante. Rossi lascia invece la sensazione che dietro il mare possa nascondersi qualcosa che nessun uomo è in grado di comprendere.
Non servono immagini perfette. Serve crederci.
Irene Papas dà a Penelope una grandezza che non dipende da Ulisse
Anche Penelope segna una distanza importante tra le due opere. Anne Hathaway è considerata da molti critici una delle presenze migliori del film di Nolan e riesce a dare dignità alla lunga attesa della regina. Alcune recensioni l’hanno indicata come il riferimento emotivo dell’intera storia.
Irene Papas, però, è Penelope prima ancora di pronunciare una parola. Il suo volto severo, il modo in cui attraversa il palazzo e la calma con cui fronteggia i Proci raccontano una donna che non trascorre vent’anni semplicemente aspettando il marito.
Penelope governa una casa assediata. Deve proteggere il figlio, difendere il potere di Ulisse e impedire che la pressione degli uomini raccolti a Itaca la costringa a scegliere un nuovo sposo. La tela non è un piccolo trucco domestico: è un atto politico.
Lo sceneggiato le concede tempo. Mostra la stanchezza, la lucidità e il dubbio. Penelope non sa se Ulisse sia ancora vivo e non può trasformare la speranza in certezza. Persino il ricongiungimento conserva prudenza: prima di abbandonarsi al sentimento, deve verificare che quell’uomo sia davvero suo marito.