
Quando Federico mi chiama, io sto stirando. Non perché mi piaccia stirare: perché è l’unica attività che mi permette di non pensare a niente. Lui invece pensa troppo. Sempre. Da anni.
«Antonellaaaa… ti prego… dobbiamo parlare…» La voce tremolante. Quella da tragedia greca. Quella che usa quando deve dirmi che mi ama. Di nuovo.
«Vabbé, tanto non ho niente da fare» gli dico. Che non è vero. Ma è l’unico modo per farlo smettere di implorare.
Ci vediamo a Villa Torlonia. Lui arriva con la faccia da funerale. Io con la faccia da “vediamo quanto dura”.
«Antonella… io… io… io ti amo.» «Sì.» «Da anni.» «Sì.» «Da tantissimi anni.» «Sì.» «Da quando…» «Federico, cammina. Almeno muoviamoci.»
Lui cammina. Mono-tono. Mono-espressione. Mono-tutto.
Io penso ai cavoli miei. Alla spesa da fare. Alla lavatrice. A quel vestito che dovrei buttare. A cosa mangio stasera. A come si fa a dire a Federico che non succederà mai niente senza farlo piangere.
«Antonella… tu sei dura con me.» «Federico, non sono dura.» «Sì che lo sei.» «No.» «Sì.» «No.» «Sì.» «Federico, ti prego.»
Lui si ferma. Mi guarda come se stessi per confessare un delitto.
«Io ti amo.» «Sì.» «Ma tu non mi ami.» «Sì.» «Cioè… no.» «Federico, cammina.»
Riparte. Io penso che forse dovrei fingere un malore. O una chiamata urgente. O un rapimento alieno.
E proprio mentre lui sta per dirmi per la millesima volta che “io sono speciale”… Arriva una voce.
«Antonellaaaa?!»
Mi giro. E mi si ferma il cuore. Non per emozione. Per shock.
Luca. Luca delle medie. Luca il montato. Luca il saccentello. Luca che alle medie non mi guardava nemmeno se gli cadevo addosso. Luca che mi piaceva da morire. Luca che mi ignorava come si ignora un volantino pubblicitario.
Ora è lì. Davanti a me. Sorriso da “so tutto io”. Camminata da “sono il protagonista”. Occhi da “mi piaccio tantissimo”.
«Luca?!» «Oh, ma guarda chi c’è!» Mi abbraccia. Troppo. Troppo forte. Troppo convinto.
«Ma quanto sei diventata attraente!» Io lo guardo. Lui mi guarda. Federico guarda noi. Come un cucciolo abbandonato sotto la pioggia.
«Eh, ma io lo sapevo» dice Luca. «Cosa?» «Che saresti diventata così.» «Così come?» «Così… attraente.» «Ah.»
Dentro di me: ma vaff… Fuori di me: sorriso educato.
Federico prova a inserirsi. Come un segnalibro in un libro che nessuno sta leggendo.
«Io… io… io e Antonella stavamo parlando.» «Ah» fa Luca, senza guardarlo. «Sì… parlavamo…» «Di cosa?» Federico si blocca. Non sa cosa dire. Non può dire “ti amo” davanti a Luca. Non può dire “sono disperato”. Non può dire “sto soffrendo”. Non può dire niente.
«Di… cose.» «Ah» fa Luca. E torna a guardare me.
«Antonella, davvero… sei cambiata tantissimo.» «Sì.» «Alle medie eri…» «Sì.» «Eri…» «Sì.» «Eri… diversa.» «Sì.» «Ma io lo vedevo che sotto c’era qualcosa.» «Sotto cosa?» «Sotto tutto.»
Io penso: questo è peggio di Federico. Federico pensa: questo mi sta rubando Antonella. Luca pensa: sono irresistibile.
Federico prova di nuovo.
«Antonella… io…» «Federico, dopo» dico. «Ma…» «Dopo.»
Luca ride. Quel ride da “so che sto dando fastidio e mi piace”.
«Dai, Antonella, dobbiamo vederci un giorno. Ti racconto tutto.» «Tutto cosa?» «Tutto tutto.» «Ah.»
Federico si avvicina. «Antonella, io… io… io ti amo.» Luca lo guarda. «Ah.» «Da anni.» «Ah.» «Da tantissimi anni.» «Ah.» «Da quando…» «Federico, basta.»
Luca sorride. «Che tenero.» «Non è tenero» dico. «È tenerissimo.» «No.» «Sì.»
Federico si scioglie. Come un gelato al sole.
Io penso: ma perché esco di casa?
Luca mi dà un colpetto sul braccio. «Ci vediamo, Antonè.» «Sì.» «Mi raccomando.» «A cosa?» «A tutto.»
E se ne va. Camminata da protagonista. Sorriso da pubblicità. Ego da monumento.
Federico mi guarda. «Antonella… io…» «Federico, ti prego. Non oggi.» «Ma…» «Federico.» «Sì.» «Andiamo a casa.»
E mentre camminiamo, lui in silenzio e io con la testa piena di cavoli miei, penso che sì: la vita è crudele. Ma certe scene… sono proprio comiche.