
Cristiano cammina accanto a me, ma non parla. Lo fa spesso, quando ha qualcosa che gli pesa addosso e non sa da dove cominciare. Io invece so esattamente da dove cominciare: dal problema.
«Hai visto Federico?» gli chiedo. Non perché mi interessi davvero, ma perché è evidente. Ha la faccia di uno che ha appena assistito a un crollo strutturale.
«Sì» dice lui. Una sillaba. La sua specialità quando è turbato.
«E com’è?» «Male.» «Ovviamente.»
Ci fermiamo vicino a un albero. Mi piace fermarmi vicino agli alberi: sono l’unica cosa che non finge di essere altro.
«Criss, ascolta» dico, guardandolo come si guarda un ragazzo che ha bisogno di una verità scomoda. «Federico non è fragile.»
Lui mi guarda, confuso. È normale: Cristiano capisce molte cose, ma non quelle che riguardano le persone che gli vogliono bene.
«Non è fragile?» «No. È peggio.» «Peggio di fragile?» «Sì. Federico è permeabile.»
Cristiano sospira. Non perché non capisca, ma perché sa che sto per spiegare.
«La fragilità è una struttura che si rompe» continuo. «La permeabilità è una struttura che non c’è. Federico non ha difese. Non ha filtri. Non ha confini. Tutto gli entra dentro: le emozioni degli altri, le sue, le idee sbagliate, le paure, le speranze, le illusioni.»
Cristiano abbassa lo sguardo. È un buon segno: significa che sta ascoltando davvero.
«E questo lo rende…?» «Pericoloso.» «Per chi?» «Per sé stesso.»
Riprendiamo a camminare. Il parco è pieno di gente che non sa di essere osservata. Io osservo tutti. È un vizio professionale.
«Criss, tu gli vuoi bene» dico. «Sì.» «E questo ti rende un pessimo giudice.» «Grazie.» «Prego.»
Arriviamo alla macchina. Cristiano si appoggia al cofano come se avesse bisogno di un appoggio fisico per reggere quello mentale.
«Alfonso… secondo te smetterà di soffrire?» «Sì.» «Quando?» «Quando capirà che l’amore non è una proprietà privata.»
Cristiano annuisce. Non convinto. Ma disposto a pensarci.
«Federico non è cattivo» aggiungo. «È solo… un uomo che non sa dove finisce lui e dove comincia il resto del mondo. E questo, Criss, non è fragilità. È confusione ontologica.»
Cristiano mi guarda come se avessi appena detto una cosa troppo grande per un pomeriggio al parco.
«E cosa posso fare?» «Niente.» «Niente?» «Sì. Stare. È l’unica cosa che funziona con i permeabili.»
Cristiano si passa una mano tra i capelli. Gesto inutile, ma umano.
«E tu?» mi chiede. «Io?» «Tu cosa pensi di lui?» «Penso che Federico sia un bravo ragazzo.» «Davvero?» «Sì.» «E allora perché parli così?» «Perché essere bravi non basta.»
Cristiano resta in silenzio. Quello vero. Quello che arriva quando una persona capisce che la verità non è crudele: è solo precisa.
«Andiamo?» gli dico. «Sì.»
E mentre saliamo in macchina, penso che la fragilità è sopravvalutata. La permeabilità, invece, è un problema serio. Perché non si rompe: si espande. E chi gli sta vicino deve solo sperare di non esserne travolto.