
Zio Alfonso cammina davanti a me con quel passo da professore in pensione che non ha mai smesso di giudicare il mondo. Le mani dietro la schiena, lo sguardo che analizza ogni albero come se fosse un concetto filosofico mal riuscito.
«Criss, guarda quella panchina» mi dice. «Che c’ha?» «È storta.» «E quindi?» «Mi ricorda i miei studenti.»
Io non rispondo. Con Alfonso è sempre così: ogni oggetto è un simbolo, ogni simbolo è un fallimento, e ogni fallimento è un ricordo dei suoi anni di insegnamento.
Arriviamo vicino al laghetto. Un tizio ci saluta con entusiasmo, come se avesse appena visto un vecchio compagno di band.
«ALFÒ!»
Zio Alfonso si gira. Si illumina. Cosa rarissima.
«Giulio! Giulio Bertoni! Ma guarda te!» Il tizio si avvicina. Ha la faccia di uno che ha dormito poco e male per almeno vent’anni. «Alfonso, vecchio mio!» Si abbracciano come due reduci di una guerra che non è mai stata dichiarata.
Io resto lì, un po’ di lato, come un oggetto di scena dimenticato.
«Criss, questo è Giulio. Collega. Disastro vivente.» Giulio ride. «Non esagerare, dai.» «No, no. Lo dico con affetto.»
Si siedono sulla panchina. Io resto in piedi. Non so perché, ma ogni volta che Alfonso incontra qualcuno del suo passato, io divento invisibile.
«Ti ricordi quei somari?» fa Giulio. «Quali? Tutti?» «Quelli che non capivano la differenza tra Kant e un mobile dell’Ikea.» «Ah, sì. Quelli che pensavano che “imperativo categorico” fosse un’offerta del supermercato.»
Ridono. Io no. Non perché non sia divertente, ma perché non so dove infilarmi.
Provo a dire qualcosa. «Beh, però dai, non saranno stati tutti così—» Alfonso mi zittisce con un gesto della mano. Non cattivo. Solo… automatico. Come se avessi interrotto un rituale.
«Criss, aspetta. Stiamo ricordando.» Giulio annuisce. «Eh sì, ragazzo. Noi abbiamo visto cose…» «Somari epici» aggiunge Alfonso. «Somari mitologici.» «Somari che non si ripeteranno più.» «Somari che hanno fatto scuola.» «Somari che—»
«Ok, ho capito» dico. Ma loro non mi sentono. O fanno finta di non sentirmi. Che è peggio.
Giulio si accende una sigaretta. «Ti ricordi quello che scrisse “Cartesio è un influencer francese”?» Alfonso si piega in due dal ridere. «E quello che disse che Socrate era “un tipo che parlava troppo”?» «E quello che pensava che Hegel fosse un marchio di scarpe?» «E quello che…»
Io provo di nuovo. «Ragazzi, però dai, magari qualcuno—» Niente. Silenzio totale. Non il silenzio della mostra di Antonella. Il silenzio sociale. Quello che ti mette in panchina senza avvisarti.
Alfonso e Giulio continuano a scambiarsi ricordi come due archeologi del fallimento umano. Io li guardo. E mi rendo conto che quando due professori parlano dei loro alunni, non esiste spazio per nessun altro. È come una setta. Una confraternita. Un club esclusivo di gente che ha sofferto.
Provo un’ultima volta. «Comunque, io—» Giulio mi guarda. Non cattivo. Solo… distratto. «Ah sì, tu sei… come ti chiami?» «Cristiano.» «Bravo.»
Bravo cosa? Non lo so. Forse bravo a esistere.
Alfonso si alza. «Criss, andiamo. Giulio deve tornare a casa.» «Sì, sì» dice Giulio. «Devo correggere dei compiti.» «Ancora?» «Sempre.»
Si salutano. Io faccio un cenno con la mano. Giulio non lo vede.
Camminiamo via. Alfonso è felice. Io no. Io mi sento come uno che ha provato a entrare in una conversazione e ha trovato la porta chiusa.
«Criss, sei silenzioso» dice Alfonso. «Non riuscivo a parlare.» «Eh, capita.» «Con voi capita spesso.» «È perché siamo vecchi.» «No, è perché siete professori.» «Anche.»
E mentre usciamo dal parco, penso che certe conversazioni non sono fatte per essere condivise. Sono fatte per essere ricordate. E io, oggi, ero solo un testimone non richiesto.