
Quando Alberto mi propone di andare al cinema, io dico subito sì. Non perché ami il cinema: amo uscire di casa senza che nessuno mi chieda di correggere compiti. Le mogli sono fuori, i figli non ci sono, il mondo è nostro. O almeno così credevo.
Siamo seduti al bar sotto casa sua. Lui apre il giornale. Io mi avvicino come un bambino davanti al presepe.
«Allora, che c’è?» chiedo. «Aspetta, sto guardando.» Io non aspetto. Io leggo.
«Oh! Guarda questo titolo: La maledizione del pozzo maledetto.» «Giulio, è lo stesso aggettivo.» «Appunto, è maledetto due volte.»
Alberto sospira. Io continuo.
«E questo: La casa che non voleva essere casa.» «Che vuol dire?» «Non lo so, ma mi inquieta.»
Sfoglio ancora.
«Oh! Il bambino che non dormiva mai.» «Giulio, quello è un documentario.» «Ah.»
Poi trovo il capolavoro.
«Albe’, senti questo: La suora che urlava nel buio.» «Giulio, per favore.» «Ma scusa, se urla nel buio, chi la sente?» «Giulio.» «E poi perché urla? È una suora.» «Giulio.» «Le suore non urlano.» «Giulio.» «A meno che—» «Giulio!»
Mi zittisce. Io mi offendo un po’, ma solo dentro.
«Senti» dice Alberto. «C’è un film d’azione che dicono sia bello.» «Chi lo dice?» «La gente.» «Che gente?» «Giulio, non iniziare.»
Alla fine decidiamo. Film d’azione. Titolo: Impatto Zero. Che già mi fa pensare male: se l’impatto è zero, che azione c’è?
Arriviamo al cinema
Arriviamo tardi. Ovviamente. Per colpa mia. Ovviamente.
«Giulio, muoviti.» «Sto muovendo.» «No, stai inciampando.» «È un tipo di movimento.»
Entriamo in sala. Buio totale. Il film è già iniziato. La gente ci guarda come se avessimo interrotto una messa.
«Scusate… scusate… scusate…» dico mentre passo. Mi impiglio in una borsa. Poi in un piede. Poi in un cappotto. Poi in un signore.
«Aho, ma che stai a fa’?», dice il signore. «Mi scusi.» «Eh, ma guarda avanti!» «Non vedo.» «E allora guarda dietro!» «Non ha senso.» «Manco tu.»
Alberto mi tira via come un sacco di patate.
Ci sediamo. Finalmente.
Il film
Dopo trenta secondi, Alberto comincia.
«Oh, guarda questo.» «Albe’, sussurra.» «Sto sussurrando.» «No.» «Sì.» «No.» «Giulio, sto sussurrando.»
La gente si gira.
«A regà, ma fate silenzio?» «Oh, ma che semo ar mercato?» «A bello, se devi commentà, fallo a casa tua.»
Alberto ignora tutti. Continua.
«Questo attore è bravo.» «Albe’, ti prego.» «Guarda come corre.» «Albe’…» «Oh, questa scena l’ho vista nel trailer.» «Albe’!» «Mo’ succede una cosa.» «ALBERTO.»
Silenzio. Finalmente.
Poi parte una scena d’azione. Esplosioni. Macchine. Gente che vola. Io mi spavento. Alberto no.
«Eh, vabbè, ma questa è finta.» «Albe’, tutto è finto.» «No, alcune cose nei film non sono finte.» «Tipo?» «Tipo le emozioni.» «Albe’, ti prego, non fare filosofia.» «Perché?» «Perché siamo al cinema.» «E allora?» «E allora no.»
La gente si gira di nuovo.
«A regà, ma basta!» «Oh, ma che ve siete magnati oggi?» «Aho, ma che ve costa sta’ zitti?»
Io mi affondo nella poltrona. Vorrei scomparire. Alberto no: lui è convinto di essere nel suo salotto.
Dopo un’ora
Ci guardiamo. Io sono sudato. Lui è annoiato.
«Giulio.» «Eh.» «Usciamo?» «Sì.»
Ci alziamo. La gente ci guarda come se fossimo i cattivi del film.
«A regà, annatevene, sì.» «Era ora.» «Aho, grazie.»
Usciamo. Respiriamo. Roma ci accoglie con il suo traffico e la sua verità.
«Albe’» dico. «Eh.» «Il film non era niente di che.» «No.» «Però la gente era molto di che.» «Sì.» «Soprattutto quella che ci insultava.» «Giulio, ce lo meritavamo.» «Sì.»
Camminiamo verso casa. Due uomini adulti. Due padri. Due professionisti. Due imbecilli al cinema.
E penso che sì: certe serate non sono belle. Ma sono perfette.