
Sono schiacciata tra un ragazzo con lo zaino da trekking e una signora che profuma di lavanda industriale quando lo sento. Un tocco leggero, poi un altro, poi quella mano che non è un incidente ma una dichiarazione di guerra. Mi sposto di mezzo passo, fingo di guardare il telefono, ma lui mi segue come un’ombra sudata. Un vecchio laido, con gli occhi lucidi di chi pensa che l’affollamento sia un lasciapassare.
Mi rigiro di scatto. «Può togliere quella mano?» Lui fa il finto tonto, la specialità della casa. «Quale mano?» Quella frase mi accende come un fiammifero. Sento il calore salire, il sangue che batte nelle tempie, la mia pazienza che si accartoccia come un biglietto dell’autobus.
«Quella che non ti appartiene, genio.» Lo dico forte, più forte di quanto pensassi. La gente si gira. Alcuni fanno finta di niente, altri si irrigidiscono come se avessi rotto l’incantesimo del silenzio pubblico. Lui prova a ridacchiare, ma gli muore in gola.
«Signorina, non esageri…» «Io? Io esagero? Guarda che, se vuoi, ti faccio un tutorial in diretta.»
E lo faccio davvero. Alzo la voce, chiamo l’autista, chiedo di fermare il mezzo. Il bus si blocca tra due fermate, un boato di freni e sospiri. L’autista arriva, la gente mormora, qualcuno applaude piano, come se non fosse sicuro di poterlo fare.
Io tremo, ma non mollo. «Quest’uomo mi ha messo le mani addosso.» Lui balbetta, si arrampica su scuse viscide, ma ormai è finita. Lo fanno scendere, accompagnato da due controllori che sembrano felici di avere finalmente qualcosa da fare.
Quando le porte si richiudono, l’autobus riparte e io mi accorgo che sto ancora respirando a scatti. Una signora mi tocca il braccio. «Brava. Io non avrei avuto il coraggio.» Sorrido, ma dentro di me penso: Non è coraggio. È che oggi non avevo voglia di farmi calpestare da nessuno.
E mentre il convoglio riprende velocità, mi sento più alta di due centimetri. Forse tre.
Quando scendo ho ancora il cuore che mi batte come se stessi facendo jogging, ma in realtà sto solo camminando per strada con quella strana sensazione addosso: metà orgoglio, metà nausea. Mi guardano tutti. Alcuni con rispetto, altri con quella faccia da “io non l’avrei fatto”, altri ancora con la curiosità morbosa di chi spera che succeda qualcosa di nuovo da raccontare a cena.
Io invece voglio solo aria.
Arrivo alle scale mobili e mi accorgo che mi tremano le mani. Non per la paura, ma per l’adrenalina che non sa dove andare. Mi fermo un secondo, respiro, e proprio in quel momento un ragazzo mi si avvicina. Avrà vent’anni, forse meno.
«Scusi… volevo dirle che ha fatto bene.» Annuisco, ma dentro penso: Non avevo scelta. O lui o me.
Esco in strada e il telefono vibra. È il gruppo delle colleghe. Qualcuna ha già visto un video. Qualcuno ha già scritto: “Ma sei tu?” Qualcuno ha già mandato l’emoji del fuoco, come se avessi vinto un premio.
Io guardo il video. Mi vedo lì, piccola, compressa tra la folla, ma con una voce che sembra più grande di me. Mi fa un effetto strano: non mi riconosco, ma allo stesso tempo sì, sono io, quella che oggi ha deciso che basta.
E mentre cammino verso l’ufficio, mi accorgo che la gente mi lascia passare. Non so se è rispetto o paura di essere sgridati, ma improvvisamente ho un corridoio tutto per me. È quasi comico.
Arrivo davanti al portone e mi fermo. Mi guardo riflessa nel vetro. Sembro la stessa di stamattina, ma non lo sono più.
Oggi ho fatto fermare un autobus. Oggi ho detto no. Oggi, per una volta, ho scelto me.
E la cosa più sorprendente è che non mi sento eroica. Mi sento… normale. Come se fosse così che dovrei essere sempre.