
Da una parte c’è il caso di Jerry Falade, autore del thriller Call Me, I’ll Hide the Body, un romanzo che sembrava destinato a diventare uno degli esordi più importanti degli ultimi anni, con una vera e propria asta tra editori e un’offerta milionaria da parte di Minotaur. All’improvviso, però, tutto si è fermato. E il fatto curioso è che non perché sia stato dimostrato che il romanzo fosse stato scritto con l’intelligenza artificiale, ma perché sono emersi dubbi sul modo in cui il manoscritto è arrivato alla sua forma definitiva e l’agenzia letteraria dell’autore ha dichiarato di non essere più in grado di certificare il percorso, anche se Falade continua a negare di avere utilizzato l’IA.
A lato dell’articolo il Corriere ricorda anche un’altra vicenda, quella di Shy Girl di Mia Ballard, ritirato mesi fa da Hachette dopo che erano sorti sospetti analoghi e anche lì l’autrice ha sempre respinto le accuse.
Al di là di come finiranno questi due casi, credo che la questione interessante sia un’altra. Fino a pochi anni fa ci chiedevamo se l’intelligenza artificiale sarebbe stata capace di scrivere romanzi e oggi, invece, siamo costretti a chiederci come sia possibile dimostrare che un romanzo non sia stato scritto con questi strumenti.
Me lo chiedo questo perché, allo stato attuale, non esiste un sistema che possa dare una risposta certa e i software che promettono di riconoscere i testi prodotti dall’IA sbagliano spesso, producendo sia falsi positivi sia falsi negativi.
Da editor è inevitabile porsi qualche domanda.
Che cosa significa davvero “scrivere con l’intelligenza artificiale”?
Se un autore usa ChatGPT per trovare un sinonimo, sta scrivendo con l’IA?
Se chiede un suggerimento sulla struttura di un capitolo?
Se fa correggere qualche refuso?
Se usa DeepL per verificare una traduzione?
Oppure il problema nasce quando si delega alla macchina la costruzione della storia, dei personaggi e dello stile?
Sono domande che il mondo editoriale dovrà affrontare molto presto, perché la tecnologia è già entrata nel lavoro quotidiano di moltissimi professionisti, spesso senza che nemmeno ci si faccia caso.
Credo che il punto non sia demonizzare l’intelligenza artificiale, perché ormai è uno strumento destinato a entrare, in forme diverse, nel lavoro di tutti. Il problema è capire dove finisca il suo utilizzo come semplice supporto e dove, invece, inizi la sostituzione del lavoro creativo dell’autore. E, almeno per ora, quella linea di confine mi sembra tutt’altro che semplice da tracciare.