
“”Per quale motivo esista il “mondo”, per quale motivo esista l’“umanità”, di ciò non ci dovremmo temporaneamente affatto curare, a meno che vogliamo farci uno scherzo, dato che la presunzione del pic-colo verme umano è una buona volta la cosa più scherzosa e serena sulla faccia della terra; ma per quale motivo esisti tu, individuo, chieditelo e se nessuno te lo può dire, allora cerca per una volta di giustificare il senso della tua esistenza, in un certo modo, a posteriori, ponendoti tu stesso uno scopo, una meta, un “per questo motivo”, un alto e nobile “per questo motivo”. Muori solo per lui – non conosco nessuno scopo migliore nella vita che morire, animae magnae prodigus
63, peril grande e l’impossibile. Se, al contrario, le dottrine del divenire sovrano, del fluire di tutti i concetti, tipi e modi, della mancanza di ogni differenza cardinale fra uomo e animale (dottrine che ritengo vere, ma mortali) saranno gettate sul popolo ancora per una generazione nella frenesia attuale per l’indottrinamento, allora nessuno dovrebbe meravigliarsi, se il popolo morirà di qualcosa di egoisticamente piccolo e misero, di fossilizzazione ed egoismo, cioè in primo luogo cadrà in pezzi e smetterà di essere popolo: al suo posto, allora, si presenteranno sulla scena del futuro forse sistemi di egoismi individuali, fraternizzazioni allo scopo dello sfruttamento rapace dei non fratelli e simili creazioni di utilitaristica meschinità. Si continui ad andare avanti a fare il lavoro preparato-rio per queste creazioni, a scrivere la storia dal punto di vista delle masse e cercare in lei quelle leggi che si possono trarre dalle esigenze di queste masse, quindi le leggi di movimento delle classi sociali inferiori, fatte di argilla e di creta. Le masse mi sembrano meritare uno sguardo solo per tre aspetti: primo come copie sfumate dei grandi uomini, prodotte con carta cattiva e con lastre logorate, poi come resistenza verso i grandi e poi come attrezzi dei grandi; per il resto, che se le pi-gli il diavolo e la statistica. Come, la statistica dimostrerebbe che ci sono leggi nella storia? Leggi? Sì, lei dimostra come sia meschina e disgustosamente uniforme la massa: si dovrebbero chiama-re leggi gli effetti delle forze di gravità quali la stupidità, lo scimmiottamento, l’amore e la fame?Certo, lo vogliamo ammettere, ma con ciò rimane ferma la frase: fino a quando ci sono leggi nella storia, le leggi non valgono niente e la storia non vale niente. Ma ora, in generale, viene tenuto in alta considerazione proprio quel genere di storia che ritiene i grandi istinti di massa come la cosa più importante e principale nella storia e considera tutti i grandi uomini solo come l’espressione più chiara, quasi come le bollicine che diventano visibili sulla marea. Quindi, la massa dovrebbe generare da sé il grande, il caos l’ordine; alla fine viene naturalmente intonato l’inno alla massa generatrice. “Grande” viene chiamato, allora, tutto ciò che per un periodo di tempo più lungo ha mosso una tale massa e, come si dice, è stato “una potenza storica”. Ma questo non significa scambiare intenzionalmente quantità e qualità? Se la massa grossolana ha trovato abbastanza adeguato un pensiero, per esempio un pensiero religioso, lo ha difeso strenuamente e portato avanti per secoli, allora, e solo allora, sarà grande l’inventore e fondatore di quel pensiero. Ma perché? La co-sa più nobile ed alta non ha effetto sulle masse: il successo storico del cristianesimo, la sua po-tenza storica, tenacia e durata temporale, tutto questo fortunatamente non dimostra nulla in relazione alla grandezza del suo fondatore, dato che dimostrerebbe contro di lui, ma fra lui e quel successo storico si trova uno strato molto terreno ed oscuro di passioni, errori, brama di potere ed ono-re, forze ancora efficaci dell’imperium romanum (impero romano), uno strato dal quale il cristiane-simo ha ricevuto quel gusto e residuo terreno che gli ha reso possibile la permanenza in questo mondo e contemporaneamente gli ha dato stabilità. La grandezza non dovrebbe dipendere dal successo, e Demostene
64possedeva grandezza, sebbene non avesse successo
F.W. NIETZSCHE