
La cosa difficile nel fare un adattamento (non solo al cinema) è trovare un punto di equilibrio fra due esigenze molto diverse: la necessità inderogabile di parlare al proprio tempo e di essere fedeli alla propria ispirazione da artista, e la fedeltà allo spirito dell’opera originale. Se poi l’opera che adatti è un classico, allora ti conviene rinunciare immediatamente a ogni tentativo di fedeltà assoluta: non riusciresti comunque mai a replicare l’originale. Molto meglio leggere il poema, capire qual è l’aspetto che ti affascina di più o ti parla di più, e partire da lì per fare la tua versione.
L’Odissea di Nolan rientra pienamente in questi parametri. E’ un adattamento riuscito? Al netto di qualche scelta stilistica legittimamente discutibile, sì, lo è. Da lettore del poema e filologo classico che studia la ricezione dei greci nell’evo moderno, posso assicurarvi che Nolan l’Odissea se l’è letta molto, ma molto bene, meglio di quanto forse potessimo sperare da un regista hollywoodiano. Se l’è letta talmente bene, da aver capito una cosa fondamentale del poema e del personaggio di Odisseo, una cosa che noi tendiamo a dimenticarci per tante ragioni.
Ha capito, Nolan, che l’eroismo di Odisseo sta nel rifiutare il modello epico-militare, nel rifiutare la logica della gloria e preferire quella della vita.
Ogni lettore di Omero sa che il poeta non ama la guerra. Già nell’Iliade, la guerra viene vista come una disgrazia, una sciagura, un evento assegnato dal Fato ma niente affatto positivo. Omero celebra l’eroismo di chi in guerra dimostra comunque coraggio e lealtà, mostrando così le proprie virtù, ma piange anche la morte dei tanti giovani ingiustamente privati della vita, e non fa mistero di non vedere nulla di veramente eroico nel massacro in sé.
L’Odissea è solo la logica conseguenza di queste premesse. Odisseo riesce a tornare a casa, sì, ma solo dopo che si è distanziato completamente dalla logica guerriera dell’Iliade, la logica della preferenza della gloria sulla vita. Non è un caso che nel poema egli compaia solo nel libro quinto, solo, piangente, privo di bottino, di onore, di gloria: l’ombra dell’ombra dell’ombra di un eroe. Né è un caso che il suo primo atto eroico sia rifiutare l’immortalità promessa da Calipso per invecchiare accanto a sua moglie: la scelta esattamente contraria a quella dell’esaltato Achille (che infatti nel poema, nell’Ade, rimpiange amaramente quella scelta), ma anche del superbo Agamennone, il re che non torna mai a casa e muore una morte infame perché si è illuso di poter tornare dalla guerra come se nulla fosse (e soltanto un vero lettore del poema poteva capire l’importanza simbolica di Agamennone come doppio negativo di Odisseo). Del resto, sia Nestore sia Menelao raccontano a Telemaco come, nella notte di Troia, i Greci si siano abbandonati a un violento saccheggio senza rispettare leggi di uomini né di dei: per questo, l’intero esercito è stato punito, e i soli a tornare a casa sono stati coloro che si sono mantenuti umani, o che hanno saputo espiare.
Quindi sì, un Odisseo in preda al PTSD è la versione moderna di qualcosa che già Omero aveva capito: dalla guerra non si torna immutati. Andare in guerra significa potenzialmente perdere la propria umanità, la propria natura di essere civilizzato, regredire a un animale (i maiali di Circe) che nulla rispetta se non il proprio ventre (la fame di Polifemo). L’eroismo di Odisseo non sta né nella curiosità (molto gonfiata dalla tradizione poetica successiva: nel poema, l’unica curiosità che mostra l’eroe è quella pragmatica del marinaio che deve capire dove si trova) né nell’astuzia in sé (anche perché, da quando una persona astuta non salva i suoi compagni e si riduce a un mendicante?). L’eroismo di Odisseo sta nella sua accettazione che la vita, la casa, la famiglia sono più importanti di qualsiasi gloria e di qualsiasi canto, che è più importante vivere uomo tra gli uomini, rispettando le leggi e diventando vecchio accanto a tua moglie, che diventare immortale nel ricordo e nel canto epico. Solo dopo che ha capito e accettato questo, Odisseo può riunirsi a suo figlio, sterminare i pretendenti e riprendersi casa sua, compiendo come atto di giustizia quella che rischiava di essere solo l’ennesimo atto di violenza perpetuatore del ciclo di morte.
E quindi ha senso scegliere come protagonista un attore ‘normale’ come Matt Damon, che non ha nulla dell’eccezionalità che noi assoceremmo a un eroe epico: se Odisseo è l’eroe che sceglie la normalità, non può essere interpretato da qualcuno con un carisma eccezionale (motivo per cui Kirk Douglas, nel film del ’54, non funziona e il nostro Bekim Fehmiu, nello sceneggiato del ’68, invece sì). Ha senso diminuire l’aspetto fantastico del poema, così da impedire che il meraviglioso di storie ridotte spesso a fiabe ci deconcentri da quello che è il significato ultimo dell’intera storia. Ha senso inserire riferimenti storici alla fine dell’Età del Bronzo e ai Popoli del Mare, presentati come un’altra conseguenza della devastazione causata dalla guerra di Troia, la cui ferocia ha infranto tutte le leggi del vivere civile. Omero aveva celebrato l’eroismo di chi riesce a tornare dalla guerra vincitore non perché ha battuto il nemico, ma perché ha mantenuto la propria umanità. È questo che Nolan ha capito dell’Odissea.