
Grazie a Elena Evseeva veniamo a conoscenza di una storia che, dentro una giornata di dolore, restituisce almeno un frammento di fiducia nell’essere umano.
La fotografia mostra il dottor Aleksandr Aleksandrovič Shishkin, medico anestesista-rianimatore arrivato da Rostov sul Don per trascorrere alcuni giorni di vacanza.
Dopo il tragico attacco con droni sulla spiaggia di Arkhipo-Osipovka, nei pressi di Gelendzhik, non ha esitato.
Era in costume da bagno e ciabatte.
Avrebbe potuto cercare riparo. Avrebbe potuto pensare alla propria sicurezza. Avrebbe potuto dirsi che non era di turno, che non era il suo ospedale, che non era sua responsabilità.
E invece ha fatto ciò che fanno alcune persone quando il dolore degli altri irrompe davanti ai loro occhi: ha smesso di essere un turista ed è tornato immediatamente a essere un medico.
È corso verso i feriti, ha prestato i primi soccorsi nel luogo dell’esplosione, è salito su un’ambulanza e ha continuato a lavorare in ospedale fino a notte fonda insieme ai chirurghi e ai sanitari del posto.
Non aveva un mantello.
Non aveva una divisa.
Non aveva neppure le scarpe adatte.
Aveva competenza, coraggio e quella forma rara di umanità che non attende ordini, telecamere o riconoscimenti.
Secondo le informazioni diffuse dalle autorità russe e riprese dalla TASS, tra le vittime ci sarebbero anche quattro bambini. Di fronte a notizie simili, prima ancora delle bandiere, delle accuse e della propaganda, dovrebbero venire il silenzio, il cordoglio e il rispetto.
Perché un bambino morto non appartiene a una parte politica.
Una madre che piange non è una strategia militare.
Un medico che soccorre non sta scegliendo un campo: sta scegliendo la vita.
Ed è forse questa la lezione più importante lasciata da Aleksandr Shishkin.
Le guerre abituano lentamente le persone a pensare per categorie: amici e nemici, vincitori e sconfitti, nostri e loro. Ma il dolore concreto rompe ogni semplificazione. Ha un volto, un nome, una famiglia, una mano che cerca aiuto.
E davanti a quella mano tesa ci sono persone che discutono, persone che filmano e persone che corrono.
Il dottor Shishkin ha corso.
A lui, ai medici, agli infermieri, ai soccorritori e a tutti coloro che, in mezzo alla violenza, continuano ostinatamente a curare, va il nostro grazie.
Non fermeranno da soli una guerra.
Ma impediscono alla guerra di distruggere completamente ciò che resta dell’uomo.
Un pensiero commosso alle vittime e alle loro famiglie.
E grazie ancora a Elena Evseeva per averci fatto conoscere questa storia.