
Arianna entra in cucina con quella faccia da “ti devo dire una cosa ma non so se sopravviverai”. Io sto sistemando la spesa. Lei si appoggia al tavolo. Silenzio. Troppo silenzio.
«Zia?» «Dimmi, amore.» «Posso andare alla festa di una compagna?»
Mi si blocca la mano a metà del gesto. Una mela mi cade. Rimbalza. Io la guardo come se fosse un presagio.
«Una festa?» «Sì.» «Di una compagna?» «Sì.» «Con… gente?» «Di solito alle feste c’è gente, zia.»
Io inspiro. Espiro. Mi preparo.
«E… chi c’è?» «La mia compagna.» «Ok.» «Sua madre.» «Ok.» «Suo padre.» «Ok.» «E Alfredo.»
Mi irrigidisco. Come una porta che si chiude da sola.
«E chi è Alfredo??» «È uno che mi piace tantissimo.»
La mela rotola via. Io la guardo andare. Come se rappresentasse la mia sanità mentale che se ne va.
«Arianna… amore… vieni qui.» Lei si avvicina. Io prendo fiato. Mi preparo al mio discorso standard. Quello che faccio sempre quando c’è di mezzo “qualcuno che piace tantissimo”.
«Allora… senti… quando una ragazza incontra un ragazzo… è come… come il miele e le api.» Arianna mi guarda come si guarda un cartone animato vecchio.
«Zia… no.» «Sì. Le api vanno sul miele perché… perché… è dolce.» «Zia… ti prego.» «E poi ci sono le cicogne.» «Le cicogne?» «Sì. Le cicogne portano… portano…» «Zia, ti prego fermati.»
Io mi fermo. Ma solo fisicamente. La mente continua a correre.
«Arianna, ascolta. Quando due persone si piacciono… succedono cose. Cose… naturali. Cose… che…» «Zia.» «Eh?» «Noi a scuola facciamo quattro ore di educazione sessuale.»
Silenzio. Quello brutto. Quello che ti fa capire che sei stata superata dalla realtà.
«Quattro ore?» «Sì.» «A settimana?» «Sì.» «Quattro?» «Sì.» «Ore?» «Sì.»
Io balbetto. Balbetto davvero. Come una radio che perde il segnale.
«Ma… ma… ma… cosa vi dicono?» «Tutto.» «Tutto cosa?» «Tutto tutto.» «Tutto tutto cosa?» «Zia… tutto.»
Io mi siedo. Perché non posso stare in piedi mentre il mondo mi crolla addosso.
«E… e… e… Alfredo?» «È carino.» «Carino come?» «Carino carino.» «Carino carino come?» «Zia, non posso spiegarti tutto.»
Io mi porto una mano alla fronte. Mi sento vecchia. Vecchissima. Tipo fossile.
«Arianna… amore… io… io… non so più cosa dire.» «Lo so.» «Ma… ma… ma… quattro ore?» «Sì.» «Di educazione…?» «Sì.» «Sessuale?» «Sì.»
Io balbetto di nuovo. «Ma… ma… ma… io alla tua età non sapevo niente.» «Lo so.» «E tu sai… tutto?» «Sì.» «Tutto tutto?» «Zia… sì.»
Mi copro la faccia con le mani. Lei ride. Mi abbraccia. Mi dà una pacca sulla spalla come si fa con gli anziani.
«Zia, posso andare alla festa?» «Sì.» «Davvero?» «Sì.» «Perché?» «Perché… perché… io non posso competere con quattro ore.»
Arianna ride. Io no. Io sono ancora traumatizzata.
«Zia?» «Eh.» «Non ti preoccupare.» «Mi preoccupo.» «Non devi.» «Mi preoccupo lo stesso.» «Lo so.»
E mentre lei esce dalla cucina, felice, leggera, moderna, io resto lì, seduta, con la mela che rotola sotto il mobile, pensando che sì: il mondo è cambiato. E io no. E forse va bene così.