
Io non amo fare shopping. Non lo odio, eh. Ma non lo amo. È una di quelle attività che mi fanno sentire sempre un po’ fuori posto, come se stessi partecipando a un rituale che non ho mai davvero capito. Luisa invece sì: lei entra nei negozi come se fossero biblioteche. Li rispetta. Li interpreta. Li legge.
«Dai, Barbara, questa boutique è carina» dice. Carina. Certo. Carina come un esame del sangue.
Entriamo. E subito capisco che ho sbagliato. Troppo luci, troppo profumo, troppo silenzio. E soprattutto: troppo cara. Il tipo di posto dove se tocchi un vestito ti guardano come se avessi messo le mani su un reperto archeologico.
La commessa ci vede. E ci squadra. Dalla testa ai piedi. Non in modo cattivo: in modo… valutativo. Come se stesse decidendo se valiamo la pena di essere servite.
«Buon pomeriggio» dice, con quella voce che usano le persone che credono di essere importanti perché lavorano vicino a degli abiti costosi.
Luisa sorride. Io no. Io la guardo e penso: questa non sa niente di niente.
«Cercate qualcosa in particolare?» «No, diamo un’occhiata» dice Luisa. La commessa annuisce come se avesse appena ricevuto una diagnosi.
Ci segue. Passo dopo passo. Come un cane da guardia, ma con meno simpatia.
Luisa prende un vestito. Lo osserva. Lo tocca. Io lo guardo e penso che sembra un lenzuolo stirato male.
«Questo è molto richiesto» dice la commessa. «Da chi?» chiedo. Lei mi guarda. Non risponde. Ovviamente.
Luisa sorride. «È interessante.» «È in seta pura» aggiunge la commessa, come se avesse appena rivelato un segreto di stato. «Sì, ma è una seta che non respira» dico. «Come scusi?» «È una seta che non respira. Si vede. È rigida. È nervosa. È una seta che non vuole stare addosso a nessuno.»
Luisa si gira verso di me con un sorriso che dice: ti prego, continua. La commessa invece sembra aver appena ricevuto una critica personale.
«La seta è di altissima qualità» dice. «Sì, ma non è colpa sua se l’hanno cucita male.»
Luisa quasi scoppia a ridere. La commessa no. La commessa si irrigidisce.
«Forse preferite qualcosa di più… classico.» «Classico per chi?» chiedo. «Per… tutte.» «Non esiste un classico per tutte.» «Come?» «Il classico è personale. Se è per tutte, non è classico: è generico.»
Luisa mi guarda come se stessi facendo una lezione di estetica. La commessa mi guarda come se stessi rovinando la giornata a qualcuno. Forse a lei.
Passiamo a un altro vestito. Nero. Lungo. Serio. Luisa lo sfiora con le dita. Io lo guardo e penso: finalmente qualcosa che non mi offende.
«Questo è molto elegante» dice la commessa. «Sì» risponde Luisa. «Ma è un’eleganza che non sa dove andare.» La commessa sbatte le palpebre. «Come scusi?» Io intervengo. «È un vestito che sembra aspettare un’occasione che non arriverà mai.» «Non capisco.» «È un vestito triste.» «Triste?» «Sì. Triste. Non malinconico. Triste. È diverso.»
Luisa annuisce. «Ha ragione Barbara. È un vestito che non racconta niente.»
La commessa è ufficialmente in tilt. La vedo. Lo sento. È come una stampante che ha deciso di smettere di funzionare.
«Forse… posso mostrarvi qualcosa di più… vivace?» «Vivace per chi?» chiedo. «Per… voi?» «Lei non sa niente di noi.» «Barbara…» mormora Luisa, divertita. «No, davvero. Non sa niente. E non deve sapere niente. Ma non può suggerire vivacità a caso.»
La commessa inspira. Espira. Si prepara. «Questo blazer è molto apprezzato dalle nostre clienti più… sofisticate.» «Sofisticate?» «Sì.» «In che senso sofisticate?» «Nel senso… sofisticate.» «Quindi non lo sa.» «Come?» «Non sa cosa significa sofisticate. Lo sta usando come sinonimo di “ricche”.»
Luisa si copre la bocca per non ridere. La commessa si irrigidisce come un manichino.
«Forse… preferite guardare da sole.» «Sì» dico. «È meglio.»
La commessa si allontana. Non troppo. Il minimo indispensabile per non sentirsi insultata.
Luisa mi prende il braccio. «Barbara… sei stata meravigliosa.» «No. Sono stata onesta.» «Che è la cosa più meravigliosa.»
Usciamo dalla boutique. L’aria fuori è più leggera. Più vera. Più nostra.
«Non ti piace fare shopping, vero?» mi chiede Luisa. «Mi piace. Ma non mi piace la gente che crede di sapere chi sei perché guardi un vestito.» «Giusto.» «E poi quella commessa era…» «Montata.» «Ignorante.» «Presuntuosa.» «E soprattutto…» «Non sofisticata.» «Esatto.»
Camminiamo verso il bar. Io respiro. Luisa ride. E penso che certe persone non si smontano con la cattiveria. Si smontano con la precisione.