
Il giorno dopo io e Alberto decidiamo di prenderci un caffè al bar sotto casa sua. Io sono ancora traumatizzato dal cinema. Alberto no: lui è convinto che la serata sia stata “divertente”. Io non so che film abbia visto lui.
Entriamo. Il bar è pieno. Gente che parla, gente che urla, gente che discute di calcio come se fosse filosofia. Roma, insomma.
Prendiamo il caffè. Ci sediamo. E a un certo punto… Lo vedo.
Il signore del cinema. Quello che mi aveva insultato. Quello che aveva detto “Aho, ma che stai a fa’?”. Quello che aveva un cappello improbabile e un tono di voce che poteva spaccare i vetri.
Mi guarda. Mi fissa. Si avvicina.
«Aho.» Io mi irrigidisco. «Buongiorno» dico. «Te ricordo.» «Ah.» «Sì, sì. Ieri. Ar cinema.»
Alberto si gira verso di me con la faccia di uno che sta per godersi uno spettacolo.
«Aho, ma che ve siete messi in testa ieri?» «Mi scusi» dico. «No, no, nun te scuso. Te riconosco. Tu sei quello che s’è impigliato ar cappotto mio.» «È stato un incidente.» «A Roma nun esistono incidenti. Esistono imbranati.»
Alberto ride. Io no. Io sono in modalità sopravvivenza.
«E tu» dice il signore, puntando il dito verso Alberto. «Sei quello che commentava ogni scena.» Alberto sorride. «Io sussurravo.» «A bello, sussurravi come un motorino truccato.»
Io vorrei scomparire. Alberto no: lui si diverte.
«Comunque» continua il signore, «ve volevo dì ‘na cosa.» «Sì?» «Ve siete persi er finale.» «Ah.» «Era bello?» chiedo. «No.» «Ah.» «Ma almeno era la parte dove nessuno parlava.»
Alberto si tocca il mento. «Interessante.» «Interessante un corno» dice il signore. «Ve siete alzati dopo un’ora. A Roma chi se alza prima della fine è un vigliacco.» «Non lo sapevo.» «Mo’ lo sai.»
Silenzio. Poi lui si avvicina ancora di più. Troppo. Io sento il suo fiato. Odora di caffè e giudizio.
«Aho, ma che film era?» «Impatto Zero» dice Alberto. «Impatto Zero?» «Sì.» «E che impatto ha avuto?» «Zero.» «Ah.»
Il signore annuisce. Poi ci dà una pacca sulla spalla. Forte. Molto forte.
«Ve voglio bene» dice. «Davvero?» chiedo. «No. Ma me fate ride.»
E se ne va. Così. Come se niente fosse.
Io guardo Alberto. Alberto guarda me.
«Giulio» dice. «Eh.» «Siamo stati riconosciuti.» «Sì.» «Da un romano.» «Sì.» «È un onore.» «Non credo.» «Io sì.»
Beviamo il caffè. In silenzio. Per la prima volta da quando lo conosco, Alberto non commenta niente.
E penso che sì: il film non era niente di che. Ma il signore romano… Lui sì che era un capolavoro.