
Appena le due escono, io mi appoggio al bancone come se avessi appena combattuto una guerra. Una guerra persa, tra l’altro. Perché certe clienti non sono clienti: sono… ostacoli.
«Oh, ma che è successo?» mi chiede Martina, la collega. Martina è il tipo di persona che crede che “minimal” significhi “senza idee”. E che “couture” sia una marca di profumo.
«Due signore» dico. «Ricche?» «No.» «Allora perché sono entrate?» «Perché la gente entra.» «Ah.»
Martina annuisce come se avessi appena spiegato la teoria delle stringhe.
«E com’erano?» «Una era… come dire… troppo intelligente.» «Oddio.» «Sì.» «Ma tipo intelligente come…?» «Come una che sa cosa sta dicendo.» «Che orrore.»
Martina si mette una mano sul petto, come se avesse avuto un mancamento.
«E l’altra?» «L’altra era elegante.» «Ma elegante tipo…?» «Elegante elegante.» «Ah. Quindi non elegante finta.» «No.» «Che fastidio.»
Io sospirò. Martina no: lei non sospira mai, perché dice che “fa rughe”.
«Che ti hanno detto?» «Che la seta non respirava.» «La seta respira?» «No.» «E allora perché l’hanno detto?» «Perché erano intelligenti.» «Ah.»
Martina annuisce di nuovo. Ogni volta che annuisce, perde un neurone. È una cosa che ho notato.
«E poi?» «Hanno detto che il vestito nero era triste.» «Triste?» «Sì.» «Ma i vestiti possono essere tristi?» «No.» «E allora perché l’hanno detto?» «Perché erano intelligenti.» «Ah.»
Martina si guarda allo specchio. Si sistema i capelli. Poi mi guarda.
«Ma scusa… se erano intelligenti, perché sono venute qui?» «Non lo so.» «Forse volevano sentirsi superiori.» «Forse.» «O forse volevano… come si dice… destabilizzarti.» «Non credo.» «Io sì. Sei troppo brava. La gente intelligente odia la gente brava.» «Martina, non è così.» «Sì che è così. L’ho letto su Instagram.»
Io non rispondo. Perché quando Martina dice “l’ho letto su Instagram”, la conversazione finisce. È una regola.
«Comunque» continua lei, «io l’ho capito subito che non erano clienti vere.» «Perché?» «Perché non hanno chiesto il prezzo.» «Martina, il prezzo era scritto.» «Appunto. Le clienti vere non leggono.» «Ah.» «Le clienti vere comprano.» «Ah.» «Le clienti vere non parlano.» «Ah.» «Le clienti vere non pensano.» «Martina…» «È così. L’ho letto su Instagram.»
Mi massaggio le tempie. Lei no: dice che “rovina il contorno occhi”.
«Comunque» dice, «io non le avrei servite.» «Perché?» «Perché erano troppo… come si dice… articolate.» «Articolate?» «Sì.» «Che significa?» «Che parlavano.» «Martina, parlano tutti.» «Non le clienti vere.»
Io la guardo. Lei si guarda allo specchio. Poi mi fa:
«Comunque, secondo me erano povere.» «Perché?» «Perché non hanno comprato niente.» «Martina, non hanno comprato niente perché non gli piaceva niente.» «Ah.» «E perché tu le hai irritate.» «Io?» «Sì.» «Ma io sono perfetta.» «Martina…» «L’ho letto su Instagram.»
Silenzio. Quello brutto. Quello che ti fa capire che certe persone non si smontano: si ignorano.
«Comunque» dice lei, «se tornano, le servo io.» «Perché?» «Perché io so parlare con le clienti intelligenti.» «Martina, tu non sai parlare con nessuno.» «Lo so.» «E allora?» «È il mio fascino.»
Io mi arrendo. Completamente. Totalmente. Definitivamente.
Martina si guarda allo specchio un’ultima volta. Poi dice:
«Comunque, la prossima volta che entra una cliente intelligente, tu fai finta di niente.» «Perché?» «Perché l’intelligenza è contagiosa.» «Martina…» «L’ho letto su Instagram.»
E mentre lei si allontana, con il passo di una che crede di essere una modella ma sembra un fenicottero ubriaco, penso che sì: Barbara e Luisa mi hanno smontata. Ma Martina… Martina mi ha distrutta.