
Io sono sul divano. Non sdraiata: seduta. Composta. Come una guardiana del destino. Ho una tazza di camomilla che non bevo. La guardo soltanto, come se potesse dirmi qualcosa.
La porta si apre. Arianna entra. Leggera. Serena. Troppo serena.
«Ziaaa» fa lei. «Arianna.» «Sei sveglia?» «Sì.» «Perché?» «Perché sì.»
Lei ride. Io no. Io sono in modalità interrogatorio.
«Com’è andata la festa?» «Bene.» «Bene come?» «Bene bene.» «Bene bene come?» «Zia… bene.»
Io inspiro. Espiro. Mi preparo. Ho bisogno di sapere tutto. Tutto tutto.
«C’era la tua compagna?» «Sì.» «Sua madre?» «Sì.» «Suo padre?» «Sì.» «E… Alfredo?»
Lei sorride. Quel sorriso. Quello che mi fa capire che sto per soffrire.
«Sì.» «Sì cosa?» «C’era.» «E?» «E niente.» «Arianna, non esiste il niente.»
Lei si siede accanto a me. Io mi irrigidisco. Lei no: lei è morbida, moderna, tranquilla.
«Zia, abbiamo giocato a indovina la canzone.» «Con Alfredo?» «Sì.» «E?» «E ho vinto.» «Hai vinto?» «Sì.» «Contro Alfredo?» «Sì.» «E lui?» «Ha detto che sono fortissima.» «Fortissima?» «Sì.»
Io mi porto una mano alla fronte. Mi sento vecchia. Vecchissima. Tipo reperto.
«Arianna… amore… devi dirmi tutto.» «Zia, non è successo niente.» «Niente niente?» «Niente niente.» «Niente niente niente?» «Zia… ti prego.»
Io mi alzo. Cammino. Mi agito. Lei mi guarda come si guarda un documentario sugli animali.
«Arianna, ascolta. Quando una ragazza parla con un ragazzo… succedono cose.» «Zia, no.» «Sì.» «No.» «Sì.» «Zia, abbiamo fatto educazione sessuale.» «Quattro ore?» «Sì.» «A settimana?» «Sì.» «Quattro?» «Sì.» «Ore?» «Sì.»
Io balbetto. Balbetto davvero. Come una stampante che ha deciso di smettere di funzionare.
«Ma… ma… ma… cosa vi dicono?» «Tutto.» «Tutto tutto?» «Sì.» «Tutto tutto tutto?» «Zia… sì.»
Mi siedo di nuovo. Lei si avvicina. Mi prende la mano. Come si fa con gli anziani.
«Zia, non devi preoccuparti.» «Mi preoccupo.» «Non devi.» «Mi preoccupo lo stesso.» «Lo so.»
Silenzio. Quello brutto. Quello che ti fa capire che sei stata superata dalla modernità.
«Arianna… Alfredo… ti piace?» «Sì.» «Tantissimo?» «Sì.» «E lui?» «Non lo so.» «E tu?» «Non lo so.» «E io?» «Tu sei in panico.» «Sì.»
Lei ride. Io no. Io sono ancora traumatizzata.
«Zia?» «Eh.» «Posso andare anche alla prossima festa?» «No.» «Perché?» «Perché devo riprendermi da questa.»
Lei ride di nuovo. Mi abbraccia. Mi dà una pacca sulla spalla.
«Zia, sei unica.» «Grazie.» «Non era un complimento.» «Lo so.»
E mentre lei va in camera, felice, leggera, moderna, io resto lì, seduta, con la camomilla fredda, pensando che sì: il mondo corre. E io arranco. Ma almeno arranco con stile.