
Io non penso mai alle medie. Mai. Perché alle medie ero un cretino. Montato, convinto, distratto, pieno di me. E quando sei pieno di te, non vedi niente. Nemmeno Antonella.
Lei alle medie mi guardava come si guarda un poster. Io? Niente. Zero. Non la vedevo proprio. Non perché fosse brutta: perché ero scemo. E pure convinto che tutte mi guardassero. Tranne lei, ovviamente. Che era quella che mi guardava davvero.
Poi ieri la rivedo a Villa Torlonia. E mi si apre un portale. Non un portale romantico, eh. Un portale tipo: oh, ma guarda come è diventata, mo’ glielo dico. Perché io sono così: se penso una cosa, la dico. Sempre. Pure quando non dovrei.
Il giorno dopo la becco davanti al supermercato. Non la stavo seguendo. Giuro. È che io passo spesso lì. Per caso. Più o meno.
La vedo uscire con due buste che sembrano contenere un elettrodomestico. E capisco subito che sotto sotto è contenta di vedermi. Non lo fa vedere, eh. Lei è una che tiene la faccia ferma. Ma gli occhi… Gli occhi parlano. E gli occhi dicono: madonna, Luca… che sorpresa.
Io ovviamente mi faccio notare.
«Antonellaaaa!»
Lei si gira. E fa quella faccia da “oddio no”, ma io la conosco: è la faccia da “oddio sì ma non lo ammetto”.
«Oh, ma guarda chi c’è!» Lei: «Luca.» Fredda. Ma non troppo. Una freddezza che scalda. Strana. Interessante.
Mi avvicino. Troppo. Io non ho mai avuto il senso della distanza.
«Ma che coincidenza!» Lei: «Sì.» «O forse no.» Lei mi guarda come se stessi per dire una stupidaggine. Che è probabile. Ma sotto sotto le piace. Lo vedo.
«Magari è il destino.» Lei: «Luca, ti prego.»
Io rido. Perché quando mi dice “ti prego” vuol dire che è agitata. E se è agitata… vuol dire che le smuovo qualcosa. E questa cosa mi piace. Molto.
«Oh, ma quanto sei cambiata.» Lei non risponde. Ma si sistema i capelli. Che è il segnale universale del “mi sto aggiustando perché mi stai guardando”.
Io continuo. Perché io continuo sempre.
«Alle medie eri…» Lei: «Sì.» «Eri… diversa.» Lei: «Sì.» «Ma io lo vedevo che sotto c’era qualcosa.»
Lei: «Sotto cosa?» «Sotto tutto.»
Che significa? Niente. Ma suona bene. E lei lo sente. Lo so.
Lei è infastidita. Ma non abbastanza da andarsene. E questo mi basta.
«Dai, Antonella, dobbiamo vederci un giorno. Ti racconto tutto.» «Tutto cosa?» «Tutto tutto.»
Lei mi guarda come si guarda un venditore di contratti telefonici. Ma non se ne va. E questo, per me, è già un sì.
«Mi raccomando» le dico. «A cosa?» «A tutto.»
E me ne vado. Camminata da protagonista. Ego che mi precede di tre metri. Convinto di aver fatto colpo. Perché l’ho fatto. Lo so. Lo sento.
E mentre mi allontano penso:
Alle medie non me la filavo. Ora sì. Non lo dice. Ma lo vedo. E mo’ vediamo dove arriva sta storia.