
La festa è in una casa enorme. Non enorme tipo “villa”, enorme tipo “gente che ha stanze che non usa”. Io arrivo con lo zaino, perché non si sa mai: acqua, caricatore, gomme da masticare, un libro che non leggerò, e un elastico per capelli che perderò entro dieci minuti.
Appena entro, vedo la mia compagna. Mi saluta come se fossi una celebrità. Non lo sono, ma apprezzo.
«Ari! Sei venuta!» «Sì.» «Grande!» «Sì.»
Io non spreco parole. Le parole vanno dosate. Soprattutto alle feste.
La musica è alta. Non troppo. Quel tipo di alta che fa capire che i genitori sono in casa e non vogliono problemi.
Il padre della mia compagna è in cucina. Sta tagliando una torta come se fosse un chirurgo. Mi guarda. Sorride. Io ricambio. Lui torna alla torta. Fine dell’interazione.
E poi… Poi lo vedo.
Alfredo.
È vicino al divano. Sta parlando con due ragazzi. Ride. Ha quel modo di ridere che sembra che non gli importi niente, ma in realtà gli importa tutto. Io lo guardo. Non troppo. Quel tanto che basta per capire se è ancora carino. È ancora carino. Molto.
Mi avvicino alla mia compagna. «C’è Alfredo.» «Lo so.» «È carino.» «Lo so.» «Mi piace.» «Lo so.»
Lei sa sempre tutto. È inquietante.
«Vai a parlarci» mi dice. «No.» «Perché?» «Perché no.» «Ari, dai.» «No.» «Ma ti piace.» «Appunto.»
Mi siedo su una poltrona. Osservo. Io osservo sempre. È la mia arma segreta.
Alfredo si avvicina al tavolo delle bibite. Prende una cola. La apre. La beve. Io penso: ok, beve cola, non è un criminale. Poi si passa una mano tra i capelli. Io penso: ok, ha i capelli belli, non è un disastro. Poi ride di nuovo. Io penso: ok, ride bene, non è un robot.
La mia compagna mi guarda. «Ari, ti prego, vai.» «No.» «Perché?» «Perché se vado, poi succede qualcosa.» «E allora?» «E allora poi devo raccontarlo alla zia.» «Ah.» «Capisci?» «Capisco.»
La mia compagna annuisce come se avessi appena spiegato la teoria dell’universo.
Mi alzo. Non per andare da Alfredo. Per andare a prendere una patatina. Le patatine sono la mia copertura.
Mentre prendo la patatina, Alfredo mi guarda. Non molto. Quel tanto che basta per farmi capire che mi ha vista. Io faccio finta di niente. La patatina è fondamentale.
«Ciao» dice lui. Io mi giro. «Ciao.» «Sei Arianna, vero?» «Sì.» «Ti vedo sempre uscire da scuola con la mia compagna.» «Sì.» «Sei simpatica.» «Sì.»
Lui ride. Io no. Io sono concentrata sulla patatina.
«Ti piace la festa?» «Sì.» «Bene.»
Silenzio. Non imbarazzante. Silenzio normale. Silenzio da festa.
«Vuoi venire di là? Stiamo giocando a un gioco stupido.» «Che gioco?» «Indovina la canzone.» «Sono bravissima.» «Lo so.»
Come lo sa? Non lo so. Ma lo sa.
Lo seguo. Non perché mi piace. Perché mi piace tantissimo.
Entriamo in una stanza con luci colorate. La musica cambia. Parte una canzone. Io la indovino dopo tre secondi. Alfredo mi guarda come se avessi appena risolto un enigma.
«Sei fortissima.» «Lo so.»
E mentre la festa continua, mentre la gente ride, mentre il padre della mia compagna taglia la torta come se fosse un organo vitale, io penso una cosa semplice:
La zia non deve mai sapere niente di questa festa.
Mai.