
Davide è sul divano, gambe distese, aria da uomo che ha deciso di non fare assolutamente nulla per le prossime due ore. Io entro con la busta della boutique. La posa che fa è quella di chi ha appena visto un animale selvatico entrare in casa.
«Shopping?» chiede. «Sì.» «Con Luisa?» «Sì.» «Sei viva?» «Per miracolo.»
Si tira su un po’, appoggiandosi allo schienale. «Raccontami.»
Mi siedo accanto a lui. Non troppo vicino: abbastanza da farmi sentire ascoltata, non abbastanza da farmi sentire giudicata.
«Siamo entrate in una boutique» dico. «Cara?» «Cara come un intervento chirurgico.» «Perfetto.»
«La commessa era…» «Montata?» «Montata, ignorante, presuntuosa, e convinta di essere sofisticata.» «Ah.» «Sì.» «E tu?» «Io l’ho smontata.» «Ovviamente.»
Davide sorride. Quel sorriso che fa quando sa già che sto per raccontare qualcosa che lo farà ridere e sospirare allo stesso tempo.
«Allora» dice. «Com’era questa commessa?» «Una che pensa che la seta sia un argomento filosofico.» «Ottimo.» «E che usa la parola “sofisticate” come sinonimo di “ricche”.» «Classico.» «E che crede di poter capire chi sei guardando come tocchi un vestito.» «Terribile.» «E soprattutto…» «Dimmi.» «Non sapeva niente.» «Di cosa?» «Di niente.»
Davide ride. Non forte. Quel riso basso, controllato, che usa quando non vuole darmi troppa soddisfazione.
«E Luisa?» «Luisa era perfetta. Mi guardava come se stessi facendo una conferenza.» «Lo fai spesso.» «Non in boutique.» «In boutique soprattutto.»
Mi appoggio allo schienale. Davide mi guarda con quella calma che ha solo lui, quella calma che non è mai passiva: è una forma di attenzione.
«Barbara» dice. «Tu non ami fare shopping.» «No.» «Perché?» «Perché la gente nei negozi crede di sapere chi sei.» «E tu non lo permetti.» «Esatto.»
Davide annuisce. Poi si avvicina un po’.
«Fammi capire» dice. «Tu sei entrata in una boutique cara, hai trovato una commessa montata, e l’hai smontata pezzo per pezzo.» «Sì.» «E Luisa?» «Rideva.» «E la commessa?» «Non rideva.» «E tu?» «Io ero serissima.»
Davide si passa una mano sul viso. «Barbara… tu sei un’esperienza.» «Non era un complimento.» «Lo so.»
Silenzio. Quello buono. Quello che arriva quando due persone si capiscono senza dover spiegare tutto.
«Comunque», dico. «Non ci torno.» «Nella boutique?» «No.» «Perché?» «Troppo silenzio.» «Ah.» «E troppa seta che non respira.»
Davide ride di nuovo. Poi mi prende la mano. Non per romanticismo. Per complicità.
«Barbara» dice. «Tu non smonti le persone per cattiveria.» «Lo so.» «Lo fai per precisione.» «Esatto.» «E la precisione è un dono.» «Non per la commessa.» «No.»
Mi appoggio a lui. Non molto. Quel tanto che basta.
«Davide?» «Eh.» «La prossima volta vieni tu.» «A fare shopping?» «Sì.» «Con te?» «Sì.» «Preferisco un intervento chirurgico.» «Lo so.» «Ma vengo.» «Lo so.»
E mentre resto lì, con la busta della boutique sul tavolo e la sua mano sulla mia, penso che certe persone non si smontano per cattiveria. Si smontano perché è l’unico modo per farle vedere chi sono davvero.