
Arrivo a casa di Anna e capisco subito che la serata promette disastri memorabili. Lei mi accoglie con un bacio sulle guance e un sorriso da padrona di casa che sa esattamente cosa sta facendo: «Davide, amore, entra. Stasera ho gente interessante». “Interessante” da Anna significa un campionario umano che sfida la statistica: a sinistra un emiro arabo che parla solo francese, a destra uno studente greco fuori corso da tredici anni che sostiene di essere “quasi alla tesi” da quando esiste Facebook.
Mi muovo tra i gruppi con un bicchiere di vino bianco, cercando di sembrare a mio agio. È allora che arrivano loro. Due amiche di Anna, entrambe molto disinibite, entrambe molto alticce, entrambe molto convinte che io sia la loro missione della serata.
La prima, bionda, mi si avvicina come se stesse per confidarmi un segreto di Stato: «Tu sei… sposato, vero?»
«Felicemente», rispondo. Lei annuisce, soddisfatta, come se avessi appena superato un test di ammissione.
«Perfetto. Gli uomini felici sono i migliori. Non devono dimostrare niente».
La seconda, mora, entra in scena con un equilibrio precario e un profumo che potrebbe stordire un cavallo. Mi prende il braccio con naturalezza:
«Ma tua moglie… è gelosa?»
«Direi di sì». «Bene», dice lei, «così si impegna».
Le due iniziano a ronzarmi intorno come api ubriache. Mi fanno domande assurde: «Sei mai stato in Grecia?» «Ti piace il cardamomo?» «Hai mai pensato di cambiare vita e aprire un chiringuito?»
Io continuo a ripetere, come un mantra tibetano: «Sono felicemente sposato». Loro annuiscono, sorridono, si scambiano occhiate complici. Non gliene importa nulla. Per loro il matrimonio è un dettaglio folkloristico, come dire che ho un cane o che colleziono francobolli.
A un certo punto la bionda mi sussurra:
«Sei troppo carino per essere monogamo». La mora aggiunge: «E troppo educato per dirci di no». Io, nel dubbio, mi allontano con la scusa più patetica della storia:
«Credo che Anna mi stia cercando». Anna, ovviamente, è dall’altra parte della casa a discutere di semiotica con l’emiro.
Mentre cerco di mimetizzarmi vicino al buffet, lo studente greco decide di fare un brindisi. Sale su una sedia, solleva un bicchiere e proclama: «Alla vita! E alla mia tesi, che finirò entro l’anno!»
Silenzio. Poi l’emiro, serissimo, chiede: «Quale anno?» Il greco ci pensa, ci pensa davvero, poi risponde: «Uno qualsiasi».
Scoppia un applauso. La bionda e la mora mi ritrovano e mi applaudono addosso, come se fossi io l’autore della battuta. Io sorrido, ringrazio, cerco l’uscita come un naufrago che vede la costa.
Quando finalmente riesco a scappare, l’aria fresca della strada mi sembra un miracolo. Mi infilo le mani nelle tasche del cappotto per cercare le chiavi. Tocco qualcosa di strano. Un foglietto.
Lo tiro fuori. È un bigliettino scritto a mano. Un nome. Un numero di telefono. Un cuoricino.
Rimango fermo sotto il lampione, il biglietto tra le dita, e penso: Non lo saprò mai. La bionda? La mora? O peggio… lo studente greco?