
13.000 militari. Circa 60 unità navali. Sottomarini, aerei, elicotteri e droni.
E Vladimir Putin sull’incrociatore Varyag, ammiraglia della Flotta del Pacifico, a osservare la fase finale.
Curiosa maniera di essere isolati.
Mosca ha appena concluso una grande esercitazione tra Mar del Giappone, Mare di Okhotsk e Pacifico nord-occidentale.
Ma i numeri, da soli, raccontano soltanto metà della storia.
L’altra metà è sulla carta geografica.
Perché quelle navi non stanno facendo evoluzioni davanti a Vladivostok per intrattenere i turisti. Si muovono in uno dei quadranti dove si decide buona parte degli equilibri del prossimo futuro: Cina, Giappone, Corea, Russia e Stati Uniti si guardano da distanze sempre più ravvicinate.
E appena un mese fa Russia e Cina avevano già svolto le esercitazioni navali congiunte Maritime Interaction 2026.
A Tokyo la cosa non suscita esattamente l’entusiasmo di una sagra del sakè.
Il Giappone osserva con crescente attenzione il coordinamento militare tra Mosca e Pechino, mentre Washington rafforza da anni la propria architettura di alleanze nell’Indo-Pacifico.
Tutti parlano di stabilità.
Stranamente, per ottenerla ordinano sempre più missili.
C’è poi un particolare interessante.
Nelle attività rese pubbliche non risultano lanci del Bulava, il missile balistico intercontinentale russo lanciato da sottomarino.
Sono stati mostrati altri sistemi d’arma, ma il livello della deterrenza nucleare strategica è rimasto fuori dalla vetrina di queste manovre.
Mosca, insomma, ha voluto mostrare capacità militare senza dover agitare anche il cartello dell’Apocalisse.
Che è già una notizia, considerando il periodo.
Il quadro che emerge è piuttosto semplice: mentre una parte dell’Europa continua a leggere la Russia quasi esclusivamente attraverso il fronte ucraino, Mosca ragiona anche da potenza asiatica.
Ha migliaia di chilometri di costa sul Pacifico, una flotta dedicata, rapporti militari sempre più stretti con la Cina e interessi diretti in un’area dove gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di arretrare.
Questo non rende la Russia invincibile.
Non rende la Cina padrona del Pacifico.
E non significa che domani cominci una guerra.
Significa una cosa assai meno consolatoria:
il mondo unipolare è finito e nessuno ha ancora scritto il regolamento di quello che viene dopo.
Così le grandi potenze stanno facendo ciò che fanno sempre quando il regolamento manca.
Mettono le navi in mare.
Poi convocano una conferenza sulla pace.