
A dir poco splendide le 8 puntate de “L’Odissea” del 1968.
Ho letto tantissimi, anche qualcuno che solitamente stimo, definirlo con sprezzo “adattamento scolastico”, una robetta di poco conto realizzata a solo scopo educativo, e quindi indegna di essere anche soltanto presa in considerazione nell’ambito degli “adattamenti seri”.
Onestamente non potrei essere più in disaccordo.
Il ritmo della narrazione è di ampio respiro, epico quando deve esserlo, e solenne quando il tema lo richiede. I lunghi silenzi, la fotografia evocativa, un cast magnifico, dove il carisma di Bekim Fehmiu (Ulisse) giganteggia sempre e comunque. I suoi monologhi mettono i brividi, e li mettono persino a fronte di elementi che ormai conosciamo a memoria, di storie che non dovrebbero sorprendere.
Poi c’è la controparte femminile: Irene Papas (Penelope), Juliette Mainiel (Circe), Kyra Bester (Calipso), Barbara Bach (Nausicaa). Donne incantevoli sia nei costumi che nel trucco, caratterizzate in maniera mai banale, poiché estremamente aderenti alle sfaccettature dell’opera originale.
Persino gli effetti speciali artigianali (il Polifemo di Mario Bava!) sono, per l’epoca, e non solo, incredibilmente evocativi.
La serie paga forse qualcosa a livello di budget, ma le soluzioni estetiche atte a sopperire alla sua natura televisiva sono varie e piene d’inventiva.
Sospetto che più di qualcuno amerebbe riscoprirlo, senza pregiudizi.