
C’è una delle immagini più enigmatiche di Così parlò Zarathustra che Nietzsche non scioglie mai in una spiegazione definitiva.
C’è una delle immagini più enigmatiche di Così parlò Zarathustra che Nietzsche non scioglie mai in una spiegazione definitiva.
Zarathustra ha una visione:
«[…] Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.
[…] La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!”, così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me buono o cattivo gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.
[…] Giacché era una visione e una previsione: che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire? Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo entro le fauci? Chi è l’uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci?
Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente; e balzò in piedi.
Non più pastore, non più uomo, un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!»
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, III, Della visione e dell’enigma, 2.
Perché il pastore ride?
È forse questa la domanda più inquietante dell’intera visione.
La scena arriva nel momento in cui Zarathustra si confronta con uno dei pensieri più vertiginosi della sua filosofia: l’eterno ritorno dell’uguale. Poco prima, davanti a una porta chiamata «Attimo», ha interrogato il nano sul tempo: due sentieri si incontrano in quella soglia, uno rivolto all’indietro e uno in avanti. Entrambi sembrano prolungarsi nell’eternità.
È sullo sfondo di questo enigma che appare il pastore soffocato dal serpente.
Il serpente può allora essere letto come l’immagine del peso insopportabile del pensiero dell’eterno ritorno: la possibilità che tutto ciò che è stato, non soltanto le gioie, ma ogni dolore, ogni perdita, ogni istante che avremmo voluto diverso, ritorni ancora.
Ma c’è un particolare decisivo.
Zarathustra non riesce a strappare il serpente dalla gola del pastore.
Tira con tutta la propria forza. Invano.
Può soltanto gridargli: «Mordi!».
Il gesto che produce la trasformazione non può venire dall’esterno. Deve essere il pastore stesso a compierlo.
E quando finalmente morde e sputa lontano la testa del serpente, Nietzsche non ci mostra semplicemente un uomo liberato. Scrive qualcosa di molto più radicale:
«Non più pastore, non più uomo».
È diventato altro.
E ride.
Non il riso di chi ha evitato il proprio destino, ma quello di chi sembra aver modificato radicalmente il proprio rapporto con esso.
È qui, forse, che la visione incontra il significato più profondo dell’eterno ritorno. Il problema non è dimostrare se il tempo sia realmente circolare. La domanda che Nietzsche pone è più esigente: che cosa dovrebbe diventare un uomo per poter sostenere il pensiero che nulla della propria esistenza possa essere cancellato, corretto o definitivamente lasciato alle spalle?
Non basta sopportarlo.
Non basta rassegnarsi.
Bisognerebbe arrivare a una forma di affermazione così radicale da poter dire sì anche a ciò che è stato più pesante.
Forse per questo il pastore non torna semplicemente a respirare.
Ride.
Perché il contrario dell’essere soffocati dal proprio destino, per Nietzsche, non è necessariamente liberarsene.
Potrebbe essere diventare capaci di volerlo.
E forse è proprio per questo che, dopo il morso, Nietzsche non può più chiamarlo semplicemente «uomo».