
La metro è piena come sempre la domenica pomeriggio: un unico corpo collettivo, caldo, sudato, rassegnato. Io salgo a Piramide, e già so che non troverò posto. Mi infilo dentro come posso, e poi la vedo.
Lei.
Mora, capelli corti, luminosa, vestita come se la città fosse un palcoscenico e lei ci fosse nata sopra. Non guarda nessuno, non cerca niente, non chiede spazio. Eppure, lo occupa tutto.
La metro frena. La folla si sposta. E io mi ritrovo dietro di lei.
Troppo vicino. Molto troppo vicino. Ma non posso farci niente: siamo tutti schiacciati, incastrati, compressi.
E poi… lei non si sposta.
Anzi.
Sembra quasi che si appoggi un po’ di più.
Io cerco di respirare normalmente. Non ci riesco. Il mio cervello manda segnali confusi: Stai fermo. Non muoverti. Non fare niente. Non pensarci. Non pensarci. Non pensarci. E ovviamente penso solo a quello.
Lei profuma di qualcosa di semplice, leggero, quasi estivo. E ogni volta che la metro sobbalza, il suo corpo sfiora il mio. Non è un contatto vero, non è un gesto, non è un’intenzione. È solo… vicinanza. Ma è abbastanza per mandarmi in tilt.
La metro riparte. Lei si sistema i capelli. E per farlo si muove appena, quel tanto che basta a sfiorarmi di nuovo.
Io chiudo gli occhi un secondo. Solo un secondo. Per non sembrare un idiota che fissa il vuoto.
Poi succede una cosa che non mi aspettavo.
Lei si gira.
Poco. Appena. Giusto per guardarmi.
E sorride.
Non un sorriso grande, non un sorriso da film. Un sorriso piccolo, breve, come se dicesse: Lo so. E poi si volta di nuovo, e si appoggia un po’ di più.
Io sento il cuore che accelera. La metro pure. Non so quale dei due faccia più rumore.
Cerco di pensare a qualcosa di neutro. Qualcosa di freddo. Qualcosa di razionale. Niente funziona.
Lei è lì, a pochi centimetri, e sembra perfettamente a suo agio. Io no. Io sono un disastro ambulante.
La metro frena di nuovo. Lei perde un attimo l’equilibrio e si appoggia completamente a me. Solo per un secondo. Un secondo che dura un’eternità.
Poi si risistema, senza fretta. E si gira di nuovo. Mi guarda. Sorride ancora. Un sorriso più grande stavolta. Come se si divertisse.
Io non so cosa fare. Non posso parlare. Non posso muovermi. Non posso nemmeno fingere indifferenza: sarebbe ridicolo.
Lei invece sembra divertirsi. Come se questa fosse una piccola parentesi piacevole nella sua giornata. Un gioco muto. Un segreto condiviso tra due sconosciuti che non si diranno mai niente.
La metro arriva a Termini. Le porte si aprono. La folla si muove. Lei scivola fuori come se fosse fatta d’aria.
Io resto dentro. Fermo. Ancora caldo del suo passaggio.
E penso solo una cosa:
Roma è una città crudele. Ti dà un sorriso e poi te lo porta via alla fermata successiva.