
Oggi mi sveglio e ho già la luna storta. Non so perché. Non so da dove viene. Ma c’è. E quando c’è, meglio non parlarmi.
Davide lo capisce subito. Lui ha quel radar. Quella cosa che gli dice quando sto per esplodere. E invece di fare il cretino, oggi fa il bravo.
«Barb, vuoi il caffè?» «No.» «Ok.» «Davide.» «Sì.» «Non mi parlare.» «Ok.»
Ecco. Acciaio. Perché solo uno che ti conosce davvero sa quando deve stare zitto.
Esco. Vado a camminare. Villa Ada. Il mio posto. Il mio ossigeno.
Sto camminando tranquilla, quando sento una voce.
«Barbara?»
Mi giro. E vedo Matteo. Che non è un problema. Non è un pericolo. Non è un rivale. Non è niente.
È solo uno che alle superiori stava in fondo alla classe e non parlava mai. Uno che non mi ha mai fatto né caldo né freddo. Uno che oggi, per qualche motivo, ha deciso di esistere.
«Ciao» dico. Senza entusiasmo. Senza fastidio. Senza niente.
«Non ti vedevo da un sacco.» «Eh.» «Come stai?» «Normale.»
Lui sorride. Quel sorriso da “forse ci provo”. Che non mi smuove di un millimetro.
Camminiamo un po’. Lui parla. Io ascolto a metà. Penso ai fatti miei. Penso a Davide. Penso che oggi ho la luna storta e che non ho voglia di nessuno che mi gira intorno.
Matteo prova a fare il simpatico. Prova a fare il profondo. Prova a fare il misterioso.
Io penso: ma perché la gente non capisce che non mi serve niente?
E poi succede la cosa che mi fa quasi ridere.
«Barbara… ti va un caffè?» «No.» «Ah.» «Cioè… no perché non mi va. Non perché sei tu.» «Ah.» «Sì.»
E mentre lui cerca di capire cosa ho detto, io penso una cosa semplice:
Io e Davide siamo acciaio. Il resto è rumore.
E me ne vado. Senza spiegare. Senza scusarmi. Senza fare la gentile.
Perché quando sei acciaio, non devi giustificarti.