
Luisa ha quella casa che non sai mai se stai entrando in un appartamento o in una rivista di arredamento. Tutto perfetto. Tutto elegante. Tutto “io non faccio sforzi, sono così”.
Io e Barbara arriviamo per primi. Lei entra, guarda un quadro, annuisce. Io entro, guardo un quadro, non capisco niente, annuisco lo stesso.
«Davide, non fare il cretino.» «Sto annuendo.» «Appunto.»
Luisa ci accoglie con un sorriso da padrona di casa che sa già che la serata le scapperà di mano. Non lo dice. Ma lo sa.
Poi arrivano gli altri. Cinzia, Cristiano, un paio di amici di Luisa che non conosco, e uno che sembra uscito da una pubblicità di profumi: bello, elegante, alticcio già all’ingresso. Non so chi sia. Non so da dove venga. So solo che ha quella faccia da “farò danni”.
La cena parte bene. Troppo bene. E quando una cena parte troppo bene, io mi preoccupo.
Tutti apprezzano la casa. Il mobilio. Il gusto. La luce. Il vino. Il rosso corposo che Luisa ha scelto con cura maniacale.
Io non bevo. Cristiano non beve. Gli altri sì. E questo è sempre un problema.
A metà cena, il rosso comincia a sciogliere le lingue. Non di tutti. Di alcuni. Quelli che non dovrebbero.
Il bell’uomo alticcio — che scopro chiamarsi Gabriele — inizia a fare battute pesanti. Non cattive. Pesanti. Di quelle che ti fanno guardare il tavolo per non guardare lui.
«Oh, ma Luisa, questa casa è troppo perfetta. Manca solo un uomo che la rovini.» Luisa sorride. Barbara no. Io nemmeno.
Poi parte con gli apprezzamenti sulle persone assenti. «Ah, e quella tua amica… come si chiama? Quella che si veste come se dovesse andare a un funerale anche quando va al supermercato?» «Giulia.» «Ecco, lei. Madonna che pesantezza.»
Io guardo Barbara. Barbara guarda me. Siamo acciaio. Non reagiamo. Ma registriamo tutto.
Cristiano invece comincia a irrigidirsi. Non per le battute. Perché Gabriele guarda Cinzia. Troppo. Troppo spesso. Troppo intensamente.
Cinzia ride. Ride un po’ troppo. Ride come ride quando è alticcia: con quella risata che sembra un invito a fare disastri.
Luisa mette musica. Una playlist tranquilla. Jazz, soul, roba elegante.
Gabriele si alza. Barcolla. Sorride. E punta dritto verso Cinzia.
«Vuoi ballare?» «No.» «Dai.» «No.» «Daiii.» «No.» «Su.» «No.» «Per favore.» «…vabbé.»
Cristiano diventa paonazzo. Io lo vedo. Barbara lo vede. Luisa lo vede. Tutti lo vedono. Tranne Cinzia e Gabriele, che stanno già facendo un lento.
E Cinzia… Cinzia si struscia. Ma non un po’. Tanto. Troppo. Come se avesse dimenticato che Cristiano è a tre metri.
Cristiano non ha bevuto. E questo è un problema: chi non beve, sente tutto più forte.
«Davide.» «Sì.» «Ma quello chi cazzo è?» «Non lo so.» «Ma come si permette?» «Non lo so.» «Ma tu lo vedi?» «Sì.» «Ma che cazzo fa?» «Ballano.» «Ballano?!» «Sì.» «Ma lei?!» «Lei balla.» «Ma si struscia!» «Sì.»
Cristiano si gira verso il suo vicino di tavolo, un amico di Luisa che non ha capito niente della situazione e sta ridendo.
«Che cazzo ridi?» «Io? Niente…» «Niente un cazzo.»
E gli tira un manrovescio. Non forte. Ma abbastanza da far cadere un bicchiere. E abbastanza da far partire la caciara.
La casa di Luisa è grande. Molto grande. Così grande che Cinzia e Gabriele non si accorgono di nulla. Continuano a ballare. Lei sempre più svenevole. Lui sempre più alticcio.
A tavola invece è il caos.
Luisa cerca di sedare Cristiano. Barbara cerca di sedare Luisa. Io cerco di sedare Barbara. Il vicino cerca di sedare il suo naso sanguinante. Un altro cerca di sedare il vino che sta cadendo. Un altro ancora cerca di sedare il gatto di Luisa che è scappato sotto il tavolo.
«Cristiano, calmati!» «Non mi calmo!» «Cristiano, siediti!» «Non mi siedo!» «Cristiano, respira!» «Non respiro!»
Il vicino sanguinante: «Ma io che ho fatto?» Cristiano: «Hai riso!» «Ma non di te!» «Peggio!»
Luisa: «La mia tovaglia!» Barbara: «Luisa, la tovaglia non è il problema.» Luisa: «È di lino!» Barbara: «Luisa.» Luisa: «Di lino!» Barbara: «LUISA.»
Io: «Cristiano, vieni fuori.» «No.» «Cristiano.» «No.» «Cristiano.» «NO.»
E intanto Cinzia e Gabriele continuano a ballare. Lei sempre più troia. Lui sempre più ubriaco. La musica sempre più lenta. La situazione sempre più ridicola.
A un certo punto, succede.
Gabriele, alticcio, gira su sé stesso. Cinzia lo segue. Lui perde l’equilibrio. Lei lo regge. Lui la prende per la vita. Lei ride. Lui la solleva. Lei urla. Lui scivola. Lei scivola. E cadono.
Cadono addosso al tavolo. Addosso ai bicchieri. Addosso alla tovaglia di lino. Addosso al vicino sanguinante. Addosso al gatto.
Il tavolo si ribalta. Il vino vola. I piatti volano. Il gatto vola. Il vicino urla. Luisa urla. Barbara impreca. Cristiano esplode.
«MA CHE CAZZO È QUESTO CIRCO?!»
Silenzio. Totale. Assoluto. Perfetto.
E poi, il botto finale.
Il lampadario. Il lampadario di Luisa. Quello enorme. Quello di cristallo. Quello che lei pulisce ogni due settimane con una scala e una pazienza che io non avrò mai.
Si stacca. Non tutto. Un pezzo. Un pezzo grosso. Un pezzo pesante.
E cade. Dritto. Sul tavolo. Sul vino. Sul lino. Sul caos.
BOOM.
Silenzio. Di nuovo.
Io guardo Barbara. Barbara guarda me. Siamo acciaio. Non reagiamo. Registriamo.
Luisa guarda il lampadario. Cristiano guarda Cinzia. Cinzia guarda Gabriele. Gabriele guarda il soffitto. Il vicino guarda il suo naso. Il gatto guarda tutti.
E io penso:
Ecco. La cena di Luisa. Perfetta. Fino a quando non è esplosa.