
Quando mi separo da Zio Alfonso, ho la testa piena di somari. Somari metaforici, ovvio. Gli alunni di Alfonso e Giulio. Gente che confondeva Kant con un mobile dell’Ikea. E io che non riuscivo a infilare una frase. Una. Neanche una.
Cammino verso l’uscita del parco con quella sensazione addosso che ti viene quando hai provato a partecipare a una conversazione e ti hanno trattato come un rumore di fondo. Non è cattiveria. È… gerarchia. I professori hanno le loro caste.
Sto per attraversare la strada quando sento una voce che conosco troppo bene.
«Criss!»
Mi giro. Federico. Con la sua solita faccia da persona che ha dormito male, pensato troppo e concluso niente. Ha le mani in tasca, le spalle un po’ curve, l’aria di uno che si è perso qualcosa e non sa cosa.
«Oh, Fede.» «Ti cercavo.» «Per cosa?» «Per parlare.»
Questa parola, detta da Federico, è sempre un cattivo segno.
«Che succede?» «Hai visto Cinzia?» «Sì.» «E…?» «E niente. Ha parlato con Antonella.»
Federico abbassa lo sguardo. Lo fa sempre quando la realtà gli arriva addosso senza preavviso.
«Criss… io non capisco.» «Cosa?» «Come fa una cosa a finire così. Senza rumore. Senza… un motivo.»
Mi viene da ridere. Non perché sia divertente, ma perché è incredibile quanto Federico riesca a complicarsi la vita con concetti semplici.
«Fede, le cose finiscono. Punto.» «Ma perché?» «Perché sì.» «Non è una risposta.» «È la migliore che hai.»
Federico si passa una mano tra i capelli. Un gesto nervoso, automatico, da persona che vorrebbe strapparsi un pensiero dalla testa e non ci riesce.
«Antonella non mi ama più.» «Lo so.» «Tu lo sai sempre.» «Non è difficile da capire.» «Per me sì.»
Ci sediamo su una panchina. Quella storta che Alfonso aveva paragonato ai suoi studenti. Mi viene da sorridere: forse oggi è la giornata delle metafore sbagliate.
«Criss… tu sei bravo a parlare con la gente.» «Non sempre.» «Con me sì.» «Perché ti conosco.»
Federico annuisce. Poi mi guarda con quegli occhi che sembrano sempre sul punto di chiedere scusa per qualcosa che non ha fatto.
«Cinzia mi ha detto che non devo più sperare.» «Ha ragione.» «Ma io… non so come si fa a smettere.»
Ecco. La frase. Quella che aspettavo. Quella che Federico tira fuori ogni volta che la vita gli chiede di crescere.
«Fede, ascolta. Non devi smettere di sperare. Devi smettere di sperare quella cosa lì.» «Quale?» «Che Antonella torni.» «Ma io la amo.» «E lei no.» «Non è giusto.» «Non è ingiusto. È la vita.»
Federico si morde il labbro. È un gesto infantile, ma su di lui sembra quasi dignitoso.
«Criss… tu credi che io sia un idiota?» «No.» «Cinzia sì.» «Cinzia è onesta.» «E Antonella?» «Antonella è stanca.»
Federico si appoggia allo schienale della panchina. Chiude gli occhi. Respira. Come se stesse cercando di convincere il mondo a rallentare.
«Io non so cosa fare adesso.» «Vivere.» «Non è facile.» «Non lo è per nessuno.»
Silenzio. Quello vero. Non quello della mostra di Antonella. Quello che arriva quando una persona si rende conto che la sua storia è finita e non c’è più niente da aggiungere.
«Criss… posso chiederti una cosa?» «Dimmi.» «Tu… resterai mio amico anche se faccio cavolate?» «Fede, tu fai cavolate da quando ti conosco.» «E tu?» «Io resto.»
Federico apre gli occhi. Mi guarda. E per la prima volta da settimane non sembra sul punto di crollare.
«Grazie.» «Di niente.» «No, davvero. Grazie.» «Fede, smettila. Mi imbarazzi.»
Si alza. Io pure. Camminiamo verso l’uscita del parco.
«Criss?» «Eh?» «Secondo te… un giorno smetterà di farmi male?» «Sì.» «Quando?» «Quando smetterai di aspettare.»
Federico annuisce. Non convinto. Ma disposto a provarci.
E mentre lo guardo andare via, penso che certe persone non hanno bisogno di consigli. Hanno bisogno di qualcuno che resti. Anche quando non sanno cosa dire. Anche quando non sanno cosa fare. Anche quando non sanno chi sono.
E io, oggi, resto.