
Io non dovrei bere. Lo so. Ogni volta che bevo succede qualcosa. E non qualcosa di bello, tipo che vinco un viaggio o incontro un attore famoso. No. Succede qualcosa tipo… me.
Esco dal bar con il bicchiere ancora in mano — non si potrebbe, ma il barista mi vuole bene e mi lascia fare — e vedo un tavolino libero. Mi ci lascio cadere come se fosse un divano. Poi alzo gli occhi e lo vedo.
Giulio. Il disastro vivente. Il mio disastro vivente preferito.
«Giuliooo!» Gli faccio un gesto con la mano che nella mia testa è elegante, ma nella realtà sembra un segnale di emergenza. «Vieni qui! Siediti! Dai!»
Lui si guarda intorno come se stessi chiamando un altro Giulio. No, amore. Sei tu. L’unico. Il più sfortunato.
«Antonella… tutto bene?» «Benissimo!» dico. «Sto… sto… sto benissimo.» Non so perché sto ripetendo “sto”. Forse perché sto… boh.
«Allora, senti…» dico subito, perché quando bevo non ho il filtro. «Io ti devo raccontare una cosa importantissima.»
Lui si irrigidisce. È bellissimo quando si irrigidisce. Sembra un palo della luce con gli occhiali.
«Oggi ho pensato a te.» Lui deglutisce. Io rido. «No, ma non così! Cioè sì, anche così, ma non così così. Cioè… aspetta… fammi ricominciare.»
Bevo. Male. Mi bagno la maglietta. Fa fresco. Non me ne importa niente.
«Dicevo… io ho avuto un sacco di avventure sentimentali.» Lui tossisce. «Antonella, forse—» «No, fammi parlare! È importante!»
Mi avvicino. Troppo. Ma non riesco a fermarmi. «Io… io sono una che ama tanto. Troppo. Sempre. A tutti. E tu… tu sei uno di quelli che… che… che…» Mi perdo. Mi si intrecciano i pensieri come le cuffiette in borsa.
«Che cosa?» chiede lui, piano. Come se avesse paura della risposta. Giustamente.
«Che mi sei sempre piaciuto.» Eccolo. Boom. L’ho detto.
Lui sgrana gli occhi. «Antonella, io… io sono sposato.» «E allora?» Lo dico proprio così. E‑al‑lo‑ra. Come se mi avesse detto che ha un gatto.
«Come “e allora”?» «E allora! Che c’entra? Io mica ti sto chiedendo di sposare me! Sto solo dicendo che… che… che…» Mi avvicino ancora. Lui si ritrae come un riccio spaventato. «…che potresti lasciare quella tardona di tua moglie.»
Silenzio. Silenzio totale. Pure il bar si zittisce. Uno ride. Uno tossisce per coprire la risata. Io continuo.
«Ma sì! Dai! Che ti importa! Io sono più simpatica! E poi…» Mi fermo. Perché stavo per dire una cosa che non devo dire. Non la dico. Ma la penso. E lui la vede negli occhi. Oddio.
«Antonella…» Ha la voce di uno che sta per chiamare i soccorsi. «Io… io voglio bene a mia moglie.» «E io voglio bene a te!» «Non è la stessa cosa.» «Perché no?» «Perché… perché no!» «Ma dai, Giulio! Non hai idea di cosa posso offrirti io!»
Lo dico troppo forte. Troppo convinta. Troppo tutto.
Lui diventa rosso. Rosso pomodoro. Rosso semaforo. Rosso “voglio morire”.
«Antonella, ti prego… sei ubriaca.» «E allora?» «E allora non sai quello che dici.» «Lo so benissimo!» «No.» «Sì!» «No.» «Sì!» «Antonella… per favore.»
Mi fermo. Lo guardo. Lui mi guarda. Io penso: Oddio, forse ho esagerato. Poi penso: No, dai, è Giulio. Lui capisce. Poi penso: No, non capisce. Mai.
Mi appoggio allo schienale. Il mondo gira un po’. Giulio pure.
«Scusa» dico. Piano. «È che… oggi… boh. Mi sento così. Mi sento… troppo.»
Lui annuisce. Dolce. Imbarazzato. Terrorizzato.
«Ti accompagno a casa?» «No.» «Sicura?» «Sì.» «Antonella…» «Sì, sì, sì. Sto bene. Sto benissimo. Sto… sto… sto…» E ricomincio.
Lui sospira. Si alza. Mi mette una mano sulla spalla. «Buonanotte, Antonella.» «Buonanotte, Giulio.» «E… non dire più “tardona”, per favore.» «Ok.» «E non dire più che ti piaccio.» «Ok.» «E non dire più che—» «Giulio?» «Sì?» «Vai, va’. Prima che ti salto addosso davvero.»
Lui scappa. Letteralmente. Io rido. Rido come una scema. Poi appoggio la testa sul tavolo.
E penso: Domani non mi ricordo niente. Giuro.