
In un solo giorno, non in due, tre o una settimana, per le trombette stonate stipendiate dalla destra e da Angelucci, Sigfrido Ranucci è passato dall’essere uno che “se le tromba tutte”, un predatore sessuale e perfino omofobo, a essere un omosessuale impenitente che avrebbe nascosto una relazione con Lavitola. Il giorno dopo, poi, è arrivata anche l’accusa di non essere un “buon cattolico”. Un catalogo di insinuazioni che restituisce la misura esatta del livello sotterraneo, anche intellettuale, raggiunto da molti giornalisti e giornali italiani.
Naturalmente non sono mancate le “opportune” testimonianze: dall’ex collega all’immancabile rivelatrice di segreti, puntualmente raccolti da Selvaggia Lucarelli. Tra un litigio televisivo in una trasmissione trash, una giuria in un’altra trasmissione diversamente colta e gli articoli sul Fatto Quotidiano, dove parla male di qualcuno e ci illustra il suo mondo ideale, Lucarelli è sempre alla ricerca dello scoop che sputtani lo sfortunato di turno o, più semplicemente, chi in quel momento le sta più sulle ovaie.
Senza parlare della Camuso, orgogliosa “fondatrice” di Futuro Nazionale, penna (si fa per dire) de “La Verità” con una lettera che ha voluto pubblicare solo “Il Tempo” (Belpietro non ha voluto pubblicarla ed è tutto dire), nella quale non ci sono molestie e non si capisce quale sia il problema. Ma tutto fa brodo, soprattutto per “Il Tempo”. Si è accanito perfino Salvo Sottile, che nei suoi momenti più frizzanti resta un’ottima alternativa al Diazepam, nonché un noto giornalista del nulla cosmico.
A questo punto mancano soltanto la parentela segreta con Belzebù e la puzzetta fatta alla prima comunione. Per il resto, nel catalogo è entrato praticamente tutto. Tutto tranne, guarda caso, l’unica accusa che avrebbe avuto davvero senso: aver propagato menzogne e fatto cattivo giornalismo. Ed è proprio questo il punto: Ranucci non lo ha fatto. Le inchieste di Report sono quasi tutte inattaccabili. È questo che lo rende tanto odiato quanto pericoloso. Ed è questo che, agli occhi di chi detiene il potere, rende necessario il suo sacrificio.
Ma l’attacco non riguarda soltanto lui. È rivolto contro l’intera redazione, contro Report in quanto oasi di informazione indipendente nel deserto del giornalismo italiano, popolato da troppi giornalisti in vendita al miglior offerente. Il potere, soprattutto quello rappresentato da Meloni e dagli sgherri associati, Report non se lo può permettere. Perché questa guerra non è soltanto contro Ranucci: è contro Report e contro la stessa idea di giornalismo d’inchiesta. È una guerra contro la possibilità che qualcuno possa ancora cogliere questa classe politica, corrotta fino al midollo e autentica “casta”, con le mani nella marmellata