
Alfonso è seduto sulla panchina come ci si siede quando non si ha più niente da dimostrare: schiena dritta, mani sul bastone che non gli serve, sguardo che attraversa la gente come se fosse un documentario sugli animali. Il parco è pieno di bambini che urlano, cani che tirano il guinzaglio, genitori che fingono di essere felici. Alfonso osserva tutto con quell’aria da filosofo che ha smesso di filosofare.
Poi sente una voce. «Prof? Professore Alfonso? È lei?»
Alfonso chiude gli occhi un secondo. Ecco. È arrivato il momento di pagare per tutte le vite precedenti.
Si gira. Massimo. Trent’anni, forse trentadue, vestito come uno che vuole sembrare più giovane ma non ce la fa. Sorriso largo, occhi pieni di entusiasmo. Un entusiasmo che Alfonso trova sempre sospetto.
«Massimo…» dice lui, come se stesse leggendo un nome su un referto medico. «Non ci posso credere! Il mio professore preferito!»
Alfonso inspira. «Ah, sì?»
«Certo! Lei mi stimava un sacco, si vedeva! Mi dava sempre voti alti!»
Alfonso lo guarda. Non dice niente. Massimo sorride ancora di più, convinto di aver detto una cosa bella.
«Eh… sì…» mormora Alfonso. «I voti… già.»
«Me lo ricordo ancora! Lei diceva sempre che avevo una sensibilità filosofica!»
Alfonso inclina la testa. «Io dicevo questo?»
«Sì! Beh… più o meno. Insomma, si capiva!»
Alfonso sospira. «Massimo, senti… io… come dire… non è che…» Fa un gesto vago con la mano, come se stesse cercando di scacciare un insetto. «Non è che ti stimassi particolarmente.»
Massimo ride. «Ahah! Sempre ironico, prof!»
«No, Massimo. Non sto scherzando.»
Massimo si blocca un secondo. Poi sorride di nuovo, più incerto. «Dai, prof… lo so che mi voleva bene. Si vedeva.»
«Massimo, io ti mettevo voti alti perché i tuoi genitori venivano a scuola ogni due settimane a pregarmi. E perché mi facevi pena.»
Silenzio. Un cane abbaia in lontananza. Una bambina cade dalla bicicletta. Il mondo continua.
Massimo lo guarda. Gli occhi si spalancano. Alfonso pensa: Ecco, adesso piange.
Invece Massimo scoppia a ridere. Una risata piena, convinta, liberatoria.
«Prof, lei è sempre stato un mito! Sempre con queste battute! Ma come le vengono?»
Alfonso lo fissa. Massimo ride ancora. Ride come se Alfonso avesse appena raccontato la barzelletta del secolo.
Alfonso si alza, prende il bastone che non gli serve, e dice: «Massimo, buona giornata.»
«A lei, prof! E grazie! Mi ha fatto morire!»
Alfonso si allontana. Massimo continua a ridere.
E Alfonso pensa: E niente. Alla fine aveva ragione lui: non capiva un cazzo allora, non capisce un cazzo adesso.