
Io non so perché Cristiano abbia scelto proprio una lavanderia a gettoni per “fare due chiacchiere”. Dice che è tranquilla. Tranquilla un cazzo: ci sono tre lavatrici che sembrano decollare e un neon che lampeggia come se stesse morendo.
Cristiano è seduto su una sedia di plastica, gambe accavallate, aria da filosofo che ha finito la pazienza. Io entro. Lui mi guarda. «Allora?» dice. «Allora cosa?» «Spara. Lo so che devi sfogarti.»
E niente, mi parte. Come sempre.
«Perché Antonella deve essere così stronza con me?» Cristiano alza gli occhi al cielo. «Eccoci.» «No, dico davvero. Io la amo. La amo proprio. E lei? Niente. Mi tratta come se fossi un errore di battitura.» «Federico…» «E poi ieri! Hai visto ieri? Mi ha ignorato. Ignorato! Come se fossi trasparente!» «Federico…» «E io non ce la faccio più! Io—» «FEDERICO.»
Mi fermo. Cristiano mi guarda come si guarda un bambino che sta per piangere al supermercato.
«Questa è la tua pippa numero…» Finge di contare sulle dita. «…quattromiladuecentosessantotto.»
«Ma che cazzo dici?» «Dico che sei monotematico.» «Io sono innamorato!» «Anch’io.» «E allora?» «E allora non rompo i coglioni al mondo ogni tre ore.»
Mi si gela lo stomaco. «Che vuol dire?» «Vuol dire che anche io sono innamorato di Cinzia, ma non vado in giro a fare il piagnisteo come te.»
Mi si accende qualcosa dentro. Una roba brutta. Una roba che non so gestire.
«Ah, quindi adesso io sarei un piagnone?» «Federico, tu sei IL piagnone.» «Ma vaffanculo.» «Eccolo.» «Eccolo cosa?» «Il momento in cui ti offendi.» «Non mi offendo!» «Ti stai offendendo.» «NON MI STO OFFENDENDO!» «Federico, stai urlando in una lavanderia. La gente pensa che tu stia litigando con una lavatrice.»
Guardo una signora che sta piegando asciugamani. Ci guarda. Scuote la testa. Perfetto.
«Cristiano, tu non capisci un cazzo.» «Ah sì?» «Sì.» «Io non capisco un cazzo?» «No.» «Io, che ti ascolto da mesi?» «Non ti ho chiesto niente!» «E allora perché mi chiami ogni volta che Antonella respira?» «Perché sei il mio amico!» «E tu sei il mio incubo ricorrente.»
Mi si spezza qualcosa. Non so cosa. Forse l’orgoglio. Forse la pazienza.
«Sai che c’è?» dico. «Tu sei geloso.» Cristiano si irrigidisce. «Di cosa?» «Di me.» «Federico, ti prego.» «Sì! Sei geloso perché io almeno ci provo! Tu invece stai lì, zitto, a guardare Cinzia come un cane che aspetta il padrone.»
Cristiano si alza. Lentamente. Troppo lentamente.
«Ripeti.» «Ho detto che fai il cane.» «Federico…» «Che aspetta.» «Federico…» «Che spera.» «FEDERICO.»
Mi avvicino. Troppo. «Almeno io ci provo. Tu no. Tu non fai un cazzo. Mai.»
Cristiano mi guarda. E per la prima volta da quando lo conosco… non ha una battuta. Non ha un sorriso. Non ha niente.
«Sai cosa?» dice piano. «Forse hai ragione.» «Ecco.» «Ma almeno io non mi umilio.» «Che vuol dire?» «Vuol dire che Antonella ti usa come un tappetino. E tu ci stai. Felice.»
Mi manca l’aria. Mi manca tutto.
«Vaffanculo, Cristiano.» «Già fatto.» «Non ti permettere.» «Mi permetto eccome.» «Io almeno amo.» «Tu confondi l’amore con la dipendenza.»
Silenzio. Solo la centrifuga. Che gira. E gira. E gira.
«Sai che c’è?» dico. «Che c’è?» «Che non voglio più parlarti.» «Perfetto.» «Perfetto.» «Ottimo.» «Benissimo.»
Cristiano prende la giacca. Esce. Senza guardarmi.
Io resto lì. Davanti a una lavatrice che gira. E penso:
Forse ha ragione lui. Forse non capisco un cazzo. O forse… forse non voglio capirlo.