
Immaginate che una maggioranza politica, forte dei numeri, decida di trasformare la propria morale religiosa in legge dello Stato. Abbigliamento imposto, comportamenti privati vietati, ruoli familiari stabiliti per decreto. Ci sembrerebbe intollerabile. Eppure il problema non cambia quando le convinzioni da imporre sono più vicine alla nostra cultura.
Se sei contrario all’aborto, sei libero di non ricorrervi. Se rifiuti il suicidio assistito, nessuno può obbligarti a sceglierlo. Se credi che il matrimonio debba essere soltanto tra uomo e donna, puoi vivere secondo questa convinzione. Questa è libertà.
Ma la libertà cambia natura quando si pretende che lo Stato impedisca agli altri di vivere diversamente: cancellare le unioni civili, censurare l’omosessualità dai media, vietare per tutti ciò che una religione considera moralmente illecito.
Uno Stato laico non deve stabilire quale sia la vita “virtuosa”. Deve fissare i limiti necessari perché libertà diverse possano convivere.
Lo aveva scritto già Tommaso d’Aquino: la legge umana non può proibire tutti i vizi, ma soltanto quelli senza la cui proibizione la società non potrebbe conservarsi.
Kant lo dirà secoli dopo in altro modo: il diritto deve rendere compatibile la libertà di ciascuno con quella degli altri.
Difendere i propri valori con l’esempio è libertà. Trasformarli in un obbligo giuridico per chi non li condivide è un’altra cosa.