
Alessandro Di Battista ieri sera ad Accordi & Disaccordi ha pronunciato una di quelle frasi che fanno saltare qualche fusibile nei salotti televisivi.
Schlein adesso chiede un inviato speciale europeo per favorire una trattativa tra Russia e Ucraina.
Magnifico.
𝗖𝗜 𝗦𝗢𝗡𝗢 𝗔𝗥𝗥𝗜𝗩𝗔𝗧𝗜.
Dopo anni di “vincerà l’Ucraina”, “Putin è isolato”, “la Russia è alla canna del gas”, “prima la vittoria e poi eventualmente si parlerà”, improvvisamente compare una parola che fino a ieri sembrava vietata:
TRATTATIVA.
Di Battista, però, mette il dito esattamente dove fa male:
«Facesse un nome e lottasse ogni giorno per averne uno che vada ad ascoltare le ragioni di Putin, perché anche lui ha le sue ragioni. Serve un compromesso».
Ed ecco lo scandalo.
𝗔𝗦𝗖𝗢𝗟𝗧𝗔𝗥𝗘 𝗟𝗘 𝗥𝗔𝗚𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗗𝗜 𝗣𝗨𝗧𝗜𝗡.
Attenzione: ascoltare le ragioni di qualcuno non significa dargli ragione.
È semplicemente ciò che si fa quando si vuole negoziare.
Perché una trattativa nella quale uno parla e l’altro deve soltanto firmare ciò che gli viene imposto non si chiama trattativa.
Si chiama resa.
E Di Battista aggiunge la frase più indigesta:
se per “pace giusta” si continua a intendere una pace nella quale Putin restituisce semplicemente tutti i territori controllati dalla Russia e torna a casa come se questi anni non fossero mai esistiti, allora non stiamo descrivendo un negoziato.
Stiamo scrivendo la sceneggiatura che ci piacerebbe vedere.
La diplomazia, purtroppo, comincia esattamente quando finisce il mondo dei desideri.
Un compromesso significa che nessuna delle due parti ottiene tutto ciò che vuole.
Altrimenti non servirebbero mediatori, ambasciatori, tavoli diplomatici e inviati speciali.
Basterebbe mandare una PEC a Mosca:
“Gentile signor Putin, abbiamo deciso noi le condizioni. Cordiali saluti.”
E aspettare fiduciosi.
Di Battista chiude brutalmente:
«Questa non è pace giusta, ma stupidità».
E forse è proprio questa la domanda che l’Europa avrebbe dovuto porsi molto prima:
𝗩𝗢𝗚𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗩𝗜𝗡𝗖𝗘𝗥𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗗𝗜𝗦𝗖𝗨𝗦𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘
𝗢 𝗩𝗢𝗚𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗙𝗘𝗥𝗠𝗔𝗥𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔?
Perché dopo anni, centinaia di migliaia di vittime e montagne di miliardi bruciati, persino quelli che pronunciavano “negoziato” con le pinze stanno iniziando a scoprire che, alla fine, le guerre terminano quasi sempre nello stesso posto:
𝗔 𝗨𝗡 𝗧𝗔𝗩𝗢𝗟𝗢.
Peccato averlo scoperto così tardi.