
Io non so perché gli adulti pensano che io abbia bisogno di una babysitter. Ho quindici anni. Diciotto. Che poi non è neanche vero che ne ho bisogno: sono loro che hanno bisogno di qualcuno che li protegga da me.
Comunque, oggi zia Antonella mi ha detto: «Ari, amore, oggi proprio non posso. Ti mando Barbara.» Io ho risposto: «Chi?» «Barbara. La mia amica. Quella seria.» Seria. Già questo mi ha messo ansia.
Barbara arriva puntuale, come se fosse un corriere espresso. Suona il campanello e io apro la porta con la mia solita grazia: inciampo nel tappeto e quasi le cado addosso.
«Ciao Arianna,» dice lei, con un sorriso gentile ma già un po’ preoccupato. «Ciao Barbara! Vieni, entra! Non mordiamo!» «Chi?» «Io. A volte.»
Lei entra. Guarda la casa. La casa guarda lei. E, secondo me, la casa pensa: Auguri, signorina.
«Allora, Arianna, cosa ti va di fare?» «Tutto.» «Magari iniziamo con una cosa sola.» «Ok. Facciamo una cosa sola: tutto.»
Barbara sospira. Capisco che sarà una giornata divertente.
1. IL FRIGO DI ANTONELLA
«Hai fame?» mi chiede. «Sempre.» Apriamo il frigo. Dentro c’è un ecosistema autonomo: yogurt scaduti, olive senza più identità, una bottiglia di prosecco aperta da quando avevo dodici anni, e un Tupperware misterioso che Barbara guarda come se potesse esplodere.
«Arianna… tua zia… mangia così?» «No, lei mangia fuori. Questo è il frigo per gli ospiti.» «Gli ospiti?» «Sì, quelli che non vogliamo più rivedere.»
Barbara chiude il frigo con un brivido.
2. IL GATTO CHE NON ESISTE
«Arianna, hai un animale domestico?» «No.» «Ah, ok.» «Però ogni tanto c’è un gatto.» «Come sarebbe a dire “ogni tanto”?»
Proprio in quel momento, un gatto nero appare dal nulla, ci guarda con aria di giudizio e poi sparisce dietro il divano.
«Ecco, vedi?» «Ma di chi è?» «Non lo so. Credo sia del palazzo. O di un’altra dimensione.»
Barbara si massaggia le tempie.
3. IL GIOCO DEL “NON TOCCARE QUELLO”
Barbara decide che dobbiamo fare un gioco tranquillo. «Facciamo un puzzle?» «No.» «Un disegno?» «No.» «Un film?» «No.» «E cosa vuoi fare?» «Il gioco del “non toccare quello”.» «E come funziona?» «Io tocco le cose e tu dici “non toccare quello”.»
Barbara sembra già pentita di essere nata.
Inizio. Tocco la lampada. «Non toccare quello.» Tocco il vaso. «Non toccare quello.» Tocco il telecomando. «Non toccare quello.» Tocco Barbara. «Arianna!» «Che c’è? Funziona benissimo!»
4. LA TELEFONATA DI ANTONELLA
Il telefono squilla. È zia Antonella.
Barbara risponde. «Ciao Antonella, sì, tutto bene… sì, Arianna è tranquilla… sì, stiamo giocando… sì, la casa è in ordine…»
Io, nel frattempo, sto cercando di capire se riesco a far girare il ventilatore da soffitto più veloce usando il telecomando della TV.
Barbara mi guarda. Io sorrido. Il ventilatore accelera. Barbara cambia colore.
«Antonella, scusa, devo… devo… devo andare!»
5. IL MOMENTO FILOSOFICO (CHE NON DURA)
«Arianna, perché fai queste cose?» «Quali cose?» «Tutte.» «Perché mi annoio.» «E non puoi annoiarti in modo… tranquillo?» «No.» «Perché?» «Perché non sono zia Antonella.»
Barbara ride. È la prima volta che la vedo ridere. Mi piace.
«Sai, Arianna… sei un po’ impegnativa.» «Lo so.» «Ma anche divertente.» «Lo so.» «E anche… imprevedibile.» «Lo so.» «E anche—» «Barbara, lo so tutto. Sono un’esperienza.»
6. IL DISASTRO FINALE
A un certo punto, Barbara decide che dobbiamo fare una cosa semplice: «Mettiamo in ordine il salotto.»
Io annuisco. Poi prendo tutti i cuscini del divano e li lancio in aria. «Arianna!» «Sto creando un ambiente stimolante!» «Smettila!» «È arte!» «Non è arte!» «È performance!» «Non è performance!» «È… è… è… boh, è divertente!»
Barbara cerca di acchiappare i cuscini. Io salto sul divano. Il gatto riappare e corre via. Il ventilatore continua a girare troppo veloce. Il Tupperware misterioso del frigo decide di aprirsi da solo (non chiedermi come). E proprio in quel momento…
Rientra Antonella.
Ci guarda. Guarda la casa. Guarda Barbara. Guarda me.
«Arianna… amore… cosa avete fatto?» Io sorrido. Barbara sospira. Il gatto miagola.
«Zia,» dico, «abbiamo fatto babysitting.»