
Nel 1973, terminato il tour in Giappone, David Bowie lasciò tutti a bocca aperta decidendo di tornare in Europa… in treno. Ufficialmente dichiarò di avere paura di volare (un’ottima scusa per farsi pagare dalla RCA un viaggio costosissimo ed epico), ma la verità è che voleva vedere il mondo “da terra”.
Insieme all’amico d’infanzia Geoff MacCormack, Bowie salì sulla leggendaria Transiberiana.
Per una settimana e oltre 9.000 km, l’icona più trasgressiva dell’Occidente visse in un limbo temporale tra paesaggi incontaminati e lo sguardo severo dei doganieri russi.
Immaginate Bowie che attraversa i vagoni russi con kimono di seta e stivali altissimi, circondato da passeggeri in abiti grigi e conservatori. Un contrasto visivo unico.
Le rigide addette alle carrozze (le provodnitsa) si innamorarono della sua gentilezza. Si presero cura di lui portandogli tè e cibo, proteggendolo perfino dai militari a Ekaterinburg quando cercarono di sequestrare le macchine fotografiche del suo staff.
Bowie rimase folgorato dalla Siberia. “Fu come essere trasportati in un’altra epoca, in un altro mondo”, disse. Quell’atmosfera malinconica e meccanica avrebbe poi gettato i semi per capolavori come “Station to Station”.
Bowie notò una cosa curiosa: più il treno si avvicinava a Mosca, più i sorrisi delle persone sparivano e i volti diventavano cupi. Ma la gentilezza trovata nel cuore della Siberia non lo abbandonò mai.
Un viaggio che ci ricorda che, anche nel punto più profondo della cortina di ferro, l’arte e la curiosità non hanno confini.