
Mi chiamo Giulio Bertoni e sto vivendo una delle giornate peggiori della mia vita.
Il problema è che la sto vivendo da circa quindici anni.
Sono fermo davanti alla macchinetta del caffè del Dipartimento di Filosofia della Sapienza e sto fissando un cappuccino.
Non il mio.
Quello di un altro.
Il mio è caduto.
Di nuovo.
“Giulio.”
Mi volto.
Zio Alfonso.
L’unico uomo che riesce a sembrare autorevole indossando una giacca che probabilmente ha conosciuto il Muro di Berlino.
“Buongiorno.”
“Per nulla.”
“Come?”
“Ho visto la tua macchina nel parcheggio.”
“Ah.”
“Parcheggiata sopra una siepe.”
Ci penso.
“Potrebbe non essere la mia.”
“È la tua.”
“Sì.”
“Spostala.”
“Sì.”
Non la sposterò.
Sono collega di Alfonso.
O meglio: formalmente siamo colleghi.
Nella realtà lui è un ex professore rispettato.
Io sono una serie di conseguenze impreviste.
Ho trentotto anni.
Un curriculum dignitoso.
Una vita indegna.
Tre telefoni.
Nessuno funzionante.
Due ombrelli.
Sempre quando c’è il sole.
Zero quando piove.
Alfonso sostiene che il mio problema principale sia la distrazione.
Secondo me è l’universo.
Abbiamo opinioni diverse.
Verso le undici esco.
Devo incontrare Davide.
Bar vicino alla facoltà.
Facile.
Impossibile sbagliare.
Naturalmente sbaglio.
Entro nel bar accanto.
Ordino.
Mi siedo.
Aspetto.
Dopo venti minuti mi arriva un messaggio.
“Giulio, dove sei?”
“Al bar.”
“Quale?”
“…”
Guardo intorno.
Persone sconosciute.
Bar sconosciuto.
Città probabilmente conosciuta.
“Sicuramente nelle vicinanze.”
rispondo.
Quando finalmente raggiungo il posto giusto trovo Davide seduto fuori.
Sta leggendo qualcosa.
Mi vede arrivare.
Sorride.
Quel sorriso da filosofo che ha già capito tutto e aspetta soltanto che tu lo confermi.
“Sei in ritardo.”
“No.”
“Sì.”
“No.”
“Giulio.”
“Va bene. Forse.”
Mi siedo.
Ordino un caffè.
Questa volta sopravvive.
Piccolo trionfo personale.
“Come va?”
chiede Davide.
“Malissimo.”
“Bene.”
“Perché bene?”
“Quando dici che va bene, di solito accade una catastrofe.”
Non gli manca la logica.
Dopo cinque minuti arriva Cristiano.
Dopo sette arriva Cinzia.
Dopo nove Antonella.
Dopo dieci il caos.
Cioè Antonella.
“Ragazzi!”
dice sedendosi senza salutare.
“Ho una domanda importantissima.”
Nessuno è preparato.
Mai.
“Ditemi.”
dice.
“Se una persona mangia soltanto gelato per sei mesi, muore?”
Cristiano chiude gli occhi.
Davide guarda il cielo.
Io rispondo.
“Probabilmente sì.”
“Ah.”
“Perché?”
“Sto valutando delle opzioni.”
Arriva Federico.
Con un’espressione che conosco.
È l’espressione che compare ogni volta che Antonella è nel raggio di due chilometri.
“Antonella.”
“Ciao Federico.”
Fine.
Partita conclusa.
Lui si siede.
Lei torna a esistere normalmente.
Lui smette.
Incredibile.
Ogni volta.
“Che facevate?”
chiede Federico.
“Niente.”
risponde Cristiano.
“Stavamo cercando di impedire ad Antonella di sviluppare una dieta basata esclusivamente sul gelato.”
“Potrebbe essere un problema nutrizionale.”
dice Federico.
Errore.
Antonella lo osserva.
“Spiegami.”
Secondo errore.
Federico inizia.
“Dunque, teoricamente…”
Cristiano mi guarda.
Io guardo Davide.
Davide guarda Cinzia.
Cinzia ride.
È una reazione a catena.
Nessuno ascolta davvero la spiegazione.
Tranne Antonella.
Che continua a fare domande sempre più assurde.
“E se aggiungo il pistacchio?”
“Non cambia molto.”
“E il cioccolato?”
“No.”
“E il mango?”
“No.”
“E il gelato vegano?”
“No.”
“E il gelato vegano al mango?”
Federico riflette davvero.
Lo vedo.
Sta prendendo sul serio il quesito.
Un uomo coraggioso.
O perdutamente innamorato.
Probabilmente entrambe le cose.
A un certo punto compare Sabrina.
Non ho idea di come faccia.
Sabrina emerge dalle strade di Roma come una divinità locale.
“Ahò.”
“Ahò.”
“Me spiegate perché ogni volta che passo trovate il modo de’ parlà de cose stupide?”
Antonella si offende.
“Stiamo facendo scienza.”
“Voi?”
dice Sabrina.
“Scienza?”
Ci pensa.
Poi aggiunge:
“Allora io so’ un astronauta.”
Ridiamo tutti.
Anche Alfonso, che nel frattempo è arrivato senza che ce ne accorgessimo.
Si siede.
Ordina un caffè.
Osserva il gruppo.
Federico che parla.
Antonella che interrompe.
Cristiano che finge cinismo.
Cinzia che sorride.
Davide che ascolta.
Io che verso metà del caffè sulla camicia.
Ancora.
Alfonso scuote la testa.
“È incredibile.”
“Cosa?”
chiede Davide.
“Che riusciate a funzionare.”
Ci penso.
Perché quella frase l’ho già sentita.
Forse è una domanda eterna.
Forse siamo davvero improbabili.
Guardo il tavolo.
Le tazzine.
Le risate.
Le prese in giro.
Le simpatie nascoste.
Gli amori dichiarati male.
Quelli dichiarati per niente.
Le persone che continuano a scegliersi senza sapere bene perché.
E per un istante mi sembra di capire qualcosa.
Una cosa piccola.
Niente di filosofico.
Niente da professori.
Niente da libri.
Forse la vita non è fatta per essere capita.
Forse è fatta per essere frequentata.
Come certi bar.
Come certe persone.
Come certe giornate inutili che, anni dopo, diventano ricordi.
Poi mi alzo.
Urto il tavolo.
Rovescio mezzo bicchiere d’acqua.
Federico salva il telefono.
Antonella applaude.
Sabrina ride.
E Alfonso sospira.
“Giulio.”
“Sì?”
“Rimani un disastro.”
Sorrido.
“Lo so.”
E per una volta, stranamente, mi sembra quasi un complimento.