
Il 27 settembre in Svizzera succederà qualcosa che credo meriti la nostra attenzione.
I cittadini saranno chiamati a votare sull’Iniziativa sull’alimentazione, che propone un obiettivo molto semplice e allo stesso tempo profondamente politico: arrivare a produrre in Svizzera almeno il 70% del cibo che viene consumato nel Paese.
Non si parla soltanto di quantità.
Si parla di ridurre la dipendenza dall’estero, proteggere la fertilità del suolo, l’acqua e la biodiversità, diminuire l’uso di fertilizzanti e prodotti fitosanitari e riportare la produzione alimentare al centro della vita di un Paese.
E mentre leggevo tutto questo mi è venuto spontaneo pensare all’Italia.
Un Paese con una diversità climatica straordinaria, migliaia di varietà locali, montagne, pianure, colline, isole, acqua, sole, conoscenze contadine e una cultura agricola millenaria.
Noi potremmo andare persino oltre.
Potremmo immaginare un’Italia capace di produrre localmente quasi tutto ciò di cui ha bisogno.
Non significa chiudersi al mondo.
Significa ricostruire una relazione con la terra.
Significa che ogni territorio torna a nutrire le persone che lo abitano.
Che i piccoli agricoltori tornano ad avere un ruolo centrale.
Che i semi vengono custoditi.
Che i terreni abbandonati tornano vivi.
Che intorno alle città nascono orti, frutteti e comunità.
Che il cibo smette di percorrere migliaia di chilometri quando potrebbe nascere a pochi chilometri da casa nostra.
La sovranità alimentare non comincia nei supermercati.
Comincia nel suolo.
Comincia nei semi.
Comincia nelle mani di chi coltiva.
E soprattutto comincia da una scelta collettiva.
Se la Svizzera può mettere al voto l’obiettivo del 70%, credo che noi in Italia possiamo avere il coraggio di immaginare persino il 100%.
La terra c’è.
Le conoscenze ci sono.
Le persone ci sono.
Dipende da noi decidere che futuro vogliamo coltivare.
Forse la vera rivoluzione alimentare non arriverà dall’alto.
Forse nascerà, come sempre, da un piccolo seme messo nella terra.