
Non c’era nessuna soglia, qui. Nessuna linea nell’aria, nessuna vibrazione, nessun invito. Solo un silenzio così pulito da sembrare artificiale.
Eppure, qualcosa non tornava.
Camminavo lungo il corridoio del vecchio edificio, quello abbandonato da anni, quello che nessuno voleva più toccare. Le finestre erano coperte di polvere, le porte chiuse, l’aria immobile. Eppure… ogni tanto sentivo un battito.
Non un rumore. Un battito. Come se il corridoio avesse un cuore.
Mi sono fermato davanti alla stanza 17. Non c’era niente di speciale nella porta: legno scrostato, numero storto, maniglia fredda. Eppure, il battito veniva da lì.
Ho appoggiato la mano sul legno. E in quell’istante ho sentito qualcosa che non avrei dovuto sentire.
Una frase. Non detta, non pensata, non immaginata. Una frase che non apparteneva a questo luogo.
Non sei tu quello che cercavo.
Mi sono staccato di scatto. Il corridoio era immobile, identico a prima. Eppure la frase continuava a vibrare dentro di me, come un’eco arrivata da un posto che non conoscevo.
Ho fatto un passo indietro. La porta della stanza 17 ha tremato. Solo un istante. Come se avesse riconosciuto qualcosa in me.
Poi un’altra frase, più lontana, più sottile, quasi un ricordo che non era mio:
Lui è l’origine.
Mi si è gelata la schiena. Non sapevo chi fosse “lui”. Non sapevo da dove arrivassero quelle parole. Non sapevo perché sembrassero rivolte a me.
Ma sapevo una cosa: qualcosa, da qualche parte, aveva fatto una scelta.
E quella scelta aveva lasciato un’ombra qui.
La porta della stanza 17 si è socchiusa da sola. Non abbastanza da vedere dentro. Solo quanto basta per farmi capire che non ero più un visitatore.
E che qualunque cosa fosse successa altrove… qui stava cercando un modo per ripetersi.
La porta della stanza 17 era ancora socchiusa quando ho sentito un rumore alle mie spalle. Non un passo. Non un respiro. Qualcosa di più secco, come il suono di una pagina che si gira da sola.
Mi sono voltato.
E lui era lì.
Non so come descriverlo senza tradirlo. Non era un uomo, non era un ragazzo, non era un vecchio. Era… coerente. Coerente in un modo che nessun essere umano riesce a essere. Come se ogni suo gesto fosse già stato deciso da un’altra versione di lui, in un altro luogo.
Indossava un cappotto scuro, troppo pesante per la stagione, e teneva in mano un taccuino. Non lo guardava: lo ascoltava. Come se il taccuino gli stesse parlando.
Quando ha alzato lo sguardo verso di me, ho avuto la sensazione netta che sapesse già cosa avevo sentito dietro quella porta. E soprattutto che non ne fosse sorpreso.
«Non aprirla» ha detto.
La sua voce non era autoritaria. Era… inevitabile. Come se fosse la conclusione logica di un ragionamento che io non avevo ancora iniziato.
«Perché?» ho chiesto, ma la domanda mi è uscita come un riflesso, non come una scelta.
Lui ha inclinato la testa, come se stesse valutando la mia domanda, o forse la mia capacità di farla.
«Perché non è a te che risponde» ha detto. Poi ha aggiunto, con una calma che mi ha gelato: «E non è a lui che parla.»
Ho sentito un brivido salire lungo la schiena. «Lui chi?»
Il terzo personaggio ha sorriso. Non un sorriso rassicurante. Un sorriso di chi ha visto qualcosa che io non vedo ancora.
«Quello che credi di essere venuto a cercare» ha detto. «E quello che crede di essere venuto a cercarti.»
Poi ha fatto un passo verso la porta della stanza 17. Non per aprirla. Per ascoltarla.
Ha appoggiato il taccuino contro il legno, come se fosse un diapason. E il taccuino ha vibrato.
Non la porta. Il taccuino.
Lui ha chiuso gli occhi. E ha sussurrato una frase che non ho capito, ma che ho sentito come un colpo allo stomaco:
«Non è ancora il vostro turno.»
Poi si è voltato verso di me. E per la prima volta ho avuto la sensazione che mi stesse guardando davvero.
«Tu non sei l’eco» ha detto. «E non sei l’origine.»
Ha fatto un passo indietro, come se stesse lasciando spazio a qualcosa che doveva accadere.
«Tu sei l’interferenza.»
E prima che potessi reagire, la porta della stanza 17 si è spalancata da sola. Non verso l’interno. Verso di noi.
E il terzo personaggio ha sorriso di nuovo, come se l’avesse previsto.
«Adesso sì» ha detto. «Adesso possiamo cominciare.»