
Anna Skorokhod, deputata ucraina, racconta che Witkoff e Kushner sarebbero arrivati a Kiev con una sorpresa poco gradita: condizioni di pace persino peggiori delle precedenti.
Secondo le informazioni in suo possesso, adesso sul tavolo ci sarebbero perfino modifiche alla Costituzione e il riconoscimento delle perdite territoriali.
Poi Skorokhod dice una cosa ancora più pesante:
«Né i nostri né loro vogliono mettere fine alla guerra.»
E sul Donbass il ragionamento è brutale: qualcuno non vuole cederlo oggi, così lo si perde lentamente, continuando a combattere, lasciandoci altre migliaia o decine di migliaia di uomini, per arrivare magari domani allo stesso risultato.
Ora, naturalmente, le condizioni riferite dalla deputata vanno prese per quello che sono: informazioni da lei dichiarate e non ancora confermate ufficialmente dagli americani.
Ma una domanda rimane.
Che cosa si aspettavano?
Che dopo altri mesi di guerra, altri morti, altre città distrutte e altri chilometri di territorio perduti, le condizioni negoziali diventassero magicamente migliori?
È una curiosa teoria della trattativa: rifiutare ciò che ieri era inaccettabile, continuare a perdere uomini e terreno e poi meravigliarsi perché domani il conto arriva più salato.
La guerra ha una caratteristica antipatica: il tempo non congela il tavolo delle trattative.
E quando una parte pensa che il tempo lavori a proprio favore, difficilmente torna mesi dopo offrendo condizioni migliori per cortesia.
Forse il vero scandalo non è che oggi qualcuno presenti un conto più duro.
È aver raccontato per così tanto tempo che il conto non sarebbe mai arrivato.