
Vi siete mai chiesti, ascoltando il Franco Battiato degli anni Settanta – quello di “Fetus”, “Pollution”, “Sulle Corde di Aries” e “‘Clic’” -, da dove provenga quella musica? Una musica che sembra non essere semplicemente l’idea di un compositore; è come se Battiato l’avesse in qualche modo captata da dimensioni misteriose, che sfuggono al consueto. Viene in mente “Il gabinetto del dottor Caligari”, con quelle architetture sghembe, dove il reale pare obbedire a leggi diverse da quelle che conosciamo. In qualche modo Battiato è riuscito a penetrare quegli anfratti e a trasmetterli attraverso i suoi dischi. “No U-Turn”, contenuto in “‘Clic’”, è forse uno degli esempi più calzanti. Il titolo richiama il divieto di inversione di marcia nei paesi anglosassoni, e il brano nasce dalla crisi vissuta da Battiato durante il suo viaggio negli Stati Uniti nel 1973. Una crisi profonda, che lo aveva spinto a confrontarsi con pensieri estremi, salvo poi, nel corso di una notte, riuscire a interfacciarsi con le proprie paure, a guardarle e, da quel momento, cominciare lentamente a dissolverle. Ed è come se noi sentissimo le sue inquietudini, evocate dai fonemi all’inizio del brano. Franco usa la propria voce, quelle di Juri Camisasca e di Pietro Pizzamiglio per creare coriandoli fantasmatici che si muovono intorno alla sua testa, schegge sonore che materializzano i pensieri negativi che in quel momento lo attanagliano. A un certo punto ci sono lamiere percosse, effettate in studio e mescolate ai sintetizzatori a creare aloni; contornando la voce di Battiato rovesciata che canta di uomini nei parchi in cerca di compagnia. Una cosa apparentemente avulsa al senso del pezzo; sorta di presenza estranea di cui non interessa tanto il significato, quanto il suo contribuire a creare lo spazio deformato entro cui la canzone si muove. E poi c’è il testo vero e proprio. Il canto è trattato in modo da sottolineare l’atmosfera allucinata del brano. Un salmodiare incorporeo, immerso in riverberi e spazi che lo dilatano e allontanano. Franco diventa sciamanico, capace di aprire varchi sull’ignoto. Quando intona «Per distruggere vecchie realtà, ho galleggiato su mari di irrazionalità», fotografa il momento in cui la crisi diventa insostenibile, sottolineata dal serpeggiare dei vocalizzi, dalle tastiere incorporee, dai metalli trasfigurati. È un Battiato che ci fa in qualche modo entrare nei meandri della sua psiche; dal tormento più intenso al frangente in cui comincia a intravedere, finalmente, un po’ di luce.