
Mosca lo ripete ancora una volta, con parole che più semplici di così diventerebbe difficile trovare.
Putin ha avvertito che la comparsa di un contingente militare europeo sul territorio ucraino significherebbe, dal punto di vista russo, entrare direttamente in guerra con la Russia.
E Dmitry Peskov oggi ha precisato il concetto:
«Non è una linea rossa, è la posizione della Russia».
Una posizione, aggiunge il Cremlino, comunicata da tempo e «in modo estremamente concreto e comprensibile», soprattutto agli europei.
Ed eccoci al capolavoro.
Dopo quattro anni e mezzo di guerra, c’è ancora qualcuno nelle capitali europee che discute dell’invio di soldati in Ucraina quasi fosse una nuova misura economica da inserire nel prossimo pacchetto di Bruxelles.
Soldati europei.
Sul territorio ucraino.
Di fronte all’esercito russo.
E serve Peskov per ricordare che, se due eserciti si sparano addosso, non si chiama “garanzia di sicurezza”. Si chiama guerra.
Il problema non è essere filorussi, filoucraini o filomarziani.
Il problema è sapere fino a dove si vuole arrivare prima di muovere le pedine.
Perché quando sulla scacchiera ci sono potenze nucleari, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono governanti convinti che ogni escalation possa essere controllata premendo un altro pulsante da una sala conferenze.
𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗣𝗘𝗥𝗙𝗜𝗡𝗢 𝗟’𝗢𝗩𝗩𝗜𝗢 𝗗𝗘𝗩𝗘 𝗘𝗦𝗦𝗘𝗥𝗘 𝗦𝗣𝗜𝗘𝗚𝗔𝗧𝗢, 𝗜𝗟 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗟𝗘𝗠𝗔 𝗡𝗢𝗡 È 𝗣𝗜Ù 𝗗𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘.
È di comprensione.