
Alcune informazioni laterali su quella fistola rettale di Zoro, al secolo Diego Bianchi, dopo che tanti volenterosi sodali lo hanno già sbranato per le sue ultime esternazioni.
– fece il suo ingresso nell’etere come videomaker giovanilista all’interno di un programma di Serena Dandini, aveva il compito di farci sorridere amabilmente delle marachelle e dei rovelli di D’Alema e di Veltroni, di rendere simpatico il PD. Era la stilizzazione dell’idea che Veltroni aveva di un giovane. Se non mi ricordo male, le fece pure le scarpe, a Serena Dandini, le fotté il programma, dava addirittura più garanzie.
– è il paradigma assoluto del nepotismo e del vincolo clientelare, gli unici suoi talenti sono la parlantina e la stronzaggine, non fosse stato per il PD avrebbe fatto il commentatore calcistico in una webradio romana da 42 accessi al giorno, nel dopocena, dopo essersi procacciato un salario in altro modo.
– ho provato una pena immensa ogni volta che un musicista da me stimato è stato costretto a fare una passata promozionale nel suo show. È l’unico a trasmettere musica dal vivo.
– il suo spettacolo è un potpourri dell’identitarismo di sinistra nell’ambito dello show business: ci trovi una band di buoni musicisti, il pubblico in sala, un parterre di parlatori tra il serio e il faceto, il vignettista live che commenta una selezione di testi prodotti dal lavoro cognitivo gratuito che scaturisce dai social network. Parlano tutti romano, ammiccano di continuo tra ganascini e sorrisetti e sono vestiti tutti malissimo. L’atmosfera è rilassata, festosa, accomodante, il target è il reduce di sinistra degli anni Novanta, eterno confuso tra radicalismo identitario e progressismo reale, il messaggio è semplice e diretto: “sei a casa tua, amico, qui ci trovi Caparezza e i Modena City Ramblers, i tempi universitari sono lontani ma tu sei ancora dalla parte giusta, siamo tutti proletari qui dentro, il fascismo eterno non trionferà”.
– tutto questo, però, riguarda solo il format, il contenitore, il linguaggio.
Per ciò che concerne i contenuti, basta andare a rivedersi quella volta che Zoro intervistò Enrico Letta, allora segretario del PD. “Il Novecento è finito e i giovani non possono aspirare a un lavoro novecentesco, cerchino altro, non abbiano paura”. Zoro, ovviamente, non fece un plissé. Ogni puntata inizia col pistolotto di un tanghero dell’estremismo neoliberale suprematista tipo Paolo Celata o Marco Damilano, immancabilmente festeggiato dal pubblico in sala. La violenza di Zoro si reifica nel silenzio assoluto di ogni voce che, pur afferente a quel mondo, abbia osato mettere in dubbio i dogmi dei suoi datori di lavoro.
– Zoro li ha difesi tutti e a spada tratta, gli eroi dei suoi datori di lavoro, da Mario Monti a Matteo Renzi, da Enrico Letta a Elsa Fornero, da Mario Draghi a Ursula von der Leyen. La precarizzazione del lavoro, l’aziendalizzazione della scuola, la pensione a settant’anni, la deflazione dei salari, il riarmo europeo e la guerra contro la Russia. Ogni venerdì sera questo pifferaio di Hamelin si premura di spingere il suo piccolo gregge di reduci di sinistra verso il disastro, modulando Bella ciao col suo zufolo identitario