
Per almeno vent’anni abbiamo agognato la possibilità di satireggiare il sistema culturale italiano oscurantista e paramafioso e adesso ci è passata totalmente la voglia. Impossibile fare satira su chi ti supera sistematicamente nel grottesco.
Hanno fatto tutto da soli, nel vuoto del loro ombelico. Implosi in un delirio egoriferito e schizoide in concomitanza col delicatissimo e tragico cambio di paradigma tecnologico. Hanno polverizzato qualsiasi pubblico, svuotato qualsiasi forma, annichilito qualsiasi senso, sterminato la critica, cancellato la tradizione, ridicolizzato l’impegno, degenerato l’arte, spento la polemica, impedito l’attenzione, ammazzato il desiderio, la ferocia, l’arguzia, il mestiere, la narrazione, la realtà e l’invenzione, hanno abbattuto i ponti con un passato che è diventato, per forza di cose, incomprensibile, al punto che il consumatore medio, davanti, che so, alla diatriba tra Pasolini e il Gruppo ’63, si troverebbe nella condizione di disagio di un longobardo, appena passate le alpi, davanti a Porfirio. Sciupano, fraintendono, banalizzano, abusano, pervertono, straziano, e lasciano le frattaglie. Hanno perso le categorie.
Eppure, hanno raggiunto quello che segretamente bramavano, campo libero nell’indifferenza generale, l’abbassamento del livello a prezzo della chiusura del comparto.
Hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato “Più libri più liberi”, “pomeriggio letterario di Radio3”, “dozzina dello Strega in tour”, “Non una di meno”, “profilo fb di Christian Raimo”, e, dulcis in fundo, “cinema italiano”. Avevano a disposizione la manna dal cielo di cinque lunghi anni di fascisti al governo, hanno continuato a coprire ogni centimetro di spazio nella più assoluta libertà, non uno degli alti lai si è rivelato interessante.
Non fanno più neanche rabbia. Che crepino o che continuino a campare, non gliene frega più niente a nessuno. Metti per assurdo che decidessero di abdicare, non troverebbero eredi