
Nel 1932, tra le maestose rovine dell’antica Persepoli, un’équipe di archeologi rinvenne i frammenti di un imponente capitello a forma di toro. Un tempo, questo elemento faceva parte della Sala delle Cento Colonne, costruita da Serse I intorno al 470 a.C. Si trattava di una delle più grandi strutture coperte del mondo antico, dove si svolgevano solenni cerimonie imperiali. In queste occasioni, delegazioni provenienti da ogni angolo dell’Impero achemenide si presentavano per rendere omaggio al Re dei Re.
I capitelli a forma di toro non erano meri ornamenti architettonici: posti in cima a colonne alte 21 metri, simboleggiavano la forza regale, la vigilanza e l’armonia cosmica. Tuttavia, nel corso dei secoli, furono devastati da saccheggi, terremoti e dall’inesorabile scorrere del tempo, fino a ridursi a un cumulo di macerie.
In questo contesto entrò in scena Donato Bastiani, restauratore italiano chiamato dall’Oriental Institute dell’Università di Chicago. Negli anni Trenta, gli fu affidata l’impresa di ricostruire quei giganti spezzati. Il suo intervento andò oltre la semplice ricomposizione: Bastiani integrò frammenti antichi con parti moderne, lavorando con una precisione tale da rendere invisibili le giunzioni e da riprodurre con sensibilità i colori e le forme originali.
Il suo lavoro non fu solo un restauro della materia, ma una vera e propria rinascita della memoria storica. Oggi, quella testa di toro restaurata si trova a Chicago, dove continua a raccontare silenziosamente il passato imperiale persiano. È un simbolo dell’incontro tra antichità e modernità, e un promemoria che la storia non è solo ciò che si scopre, ma anche ciò che si ricostruisce, frammento dopo frammento.